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Quel carnevale di tanti anni fa

“Cosa è successo ai sogni, dove sono andati? Sarà necessaria una catastrofe collettiva, perché si riprenda a sognare?” Andrea De Carlo

 

Arrivammo in quella via per caso.

Calata San Severo alla Pietrasanta, questo era il suo nome allora. A Napoli, nel Centro Antico, a due passi dalla Cappella di San Severo, a quel tempo sconosciuta ai turisti e ignorata dagli stessi abitanti di quella zona.

Arrivammo lì spinti dal desiderio primario dei giovani della nostra generazione: la scoperta della Donna e del mistero del suo inebriante composto afrodisiaco in grado di sprigionare effluvi così potenti da cambiare il corso della vita.

E la vita mia e del mio amico del cuore di allora – Riccardo, compagno di studi universitari e di tutto il tempo infinito che un diciottenne può dedicare alla scoperta di se stesso – cambiò.

Per sempre.

Alla fine di una giornata molto particolare. Andò così.

C’era stato un corteo, quella mattina. E noi due ci eravamo aggregati, curiosi. Io avevo avuto un’infarinatura di anti-colonialismo al liceo, da Gaetano Balzano, il mentore della nostra classe, che ci parlava della guerra del Vietnam. Ma in quel corteo eravamo entrambi fuori luogo: in quel tempo l’abito faceva il monaco (e come se lo faceva!) e noi non avevamo il dress code indispensabile per quelle occasioni. Eravamo vestiti da normali studenti universitari, io portavo persino la giacca e Riccardo, elegante e sofisticato nel suo vestiario, con un foulard al collo, sbarbato con cura e profumato (eau sauvage di Dior se non ricordo male): insomma puzzavamo di piccola borghesia lontano un miglio e fummo immediatamente catalogati come ragazzi di destra.

Rischiammo di essere menati e di brutto. Ma ci fu un settore del corteo che impedì quello che avrebbe segnato la fine immeritata e umiliante di un possibile impegno politico. Fu lo spezzone dell’Istituto Universitario Orientale, il settore più allegro, colorato e vociante dell’intero corteo, popolato da donne giovani e giovanissime, sorridenti, che venne in nostro soccorso, spinto più dalla curiosità che da un autentico moto di fratellanza. Ad abitare quello spezzone con spregiudicata ironia c’erano Rita e Ketty con le loro colleghe di università e amiche, dai vestiti variopinti e dai nomi e soprannomi che ci gridarono contro quando ci presentammo a loro, consapevoli di aver messo alle spalle il rischio che avevamo corso, a causa di un foulard e dell’odore di un po’ di acqua di colonia.

Riconoscenti, ci ritrovammo nella casa di Rita e Ketty, in via San Severo di Pietralata, cooptati nel ruolo di “bestie da baraccone”, dalla comitiva che frequentava quella casa, un gruppo gaudente, irriverente e salace, composto di ragazzi e ragazze, di tutte le età dalle provenienze  più disparate, che divenne da allora in poi la nostra sede naturale, laddove incubarono sogni di trasformazione e scoppiarono amori travolgenti che deviarono irrimediabilmente il percorso, universitario e lavorativo, disegnato per me, ancora prima che nascessi, da Primo, mio padre.

Eravamo felici. Cantavamo ogni sera, urlando a squarciagola strofe da compagni e da osteria, accompagnati dalla chitarra di Adriano, il ragazzo di Ketty, o chitarre imbracciate da zingari di passaggio e svariati e ingegnosi strumenti a percussione. Non avevamo bisogno di ricorrenze speciali per farlo, inebriati da una travolgente voglia di vivere che trovava nella musica – ma anche negli sfottò, negli scherzi, nei lazzi e nell’acchiaparella nell’androne del palazzo – la più naturale delle espressioni compiute.

E poi venne, non ricordo che anno fosse, il Carnevale. Un Carnevale che decidemmo di onorare come si deve, con abbigliamento, trucco e parrucco, tutto rigorosamente artigianale e fatto in casa, in quella casa di san Severo.

Fu così, la foto lo testimonia.

Poco tempo dopo questa foto e quella serata memorabile, Gianfranco, il dolcissimo ragazzo dal viso dipinto da una tristezza di altri tempi, morì.

Fu a causa della rottura di un aneurisma cerebrale, tentarono inutilmente di operarlo.

La Morte attraversò così le nostre strade. Noi la lasciammo passare, senza che Essa potesse  trattenere il nostro sguardo nemmeno per un attimo,

Eravamo troppo impegnati a sognare un futuro radioso alle porte.

Oggi non si sogna più. Non sogniamo noi, i baldanzosi e irriverenti ragazzi degli anni sessanta e settanta, non sognano i giovani: siamo tutti stretti fra un presente insignificante e un futuro angoscioso.

La catastrofe a cui, forse, allude Andrea De Carlo, è dietro l’angolo.

Non ci penso e quando la Morte bussa al mio sonno, tendo l’orecchio ed ascolto il respiro dolce delle mie figlie piccole ed allungo la mano ad accarezzare il corpo caldo della mia amata.

E riprendo a dormire.

nella foto di copertina: Riccardo è il primo a sinistra con la mascherina e la giacca di velluto rosso da pianista di bar, accanto a Rita travestita da hombre, poi Pino di Ischia e sotto: da sinistra Paolo il fratello di Riccardo, Ciccio Evelina, Ezio steso e infine a destra Gianfranco vestito da Padreterno con il triangolo dell’occhio sulla testa.

Un caro ringraziamento a Rita Orlando Rylko che mi fa fornito informazioni e foto servite a scrivere questa storia

 

 

 

 

 

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