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Quel maledetto venerdì

Mio padre è morto alle 16,37 di un venerdì.

Ogni venerdì pomeriggio lavorava nella sede del mercato agricolo provinciale, di professione faceva il mediatore, prendeva contatti con altri agricoltori; è lì che  si stringevano patti, si discuteva dell’andamento della stagione e si stabilivano altri appuntamenti per chiudere i contratti.

Era nato nel 1924 vicino Cremona. Suo padre – mio nonno Antonio – si occupava della crescita e dell’addestramento dei cavalli da soma nelle fattorie intorno al paese. La mamma – mia nonna Francesca – muore dando alla luce mio padre.

Sono poverissimi. Mio padre è costretto ad andare a lavorare, da bambino, nelle fattorie intorno a Crema, dorme nei fienili delle stalle e si lava nei fossi: d’inverno è costretto a rompere il ghiaccio per raggiungere l’acqua, gelida.

La sua infanzia, da orfano di madre, ha il volto terribile della fatica, della fame e del freddo.

Nel ’42 – aveva diciotto anni – incuriosito dal rumore di camion che stavano transitando sulla statale va sul portone della fattoria nella quale stava lavorando a guardare incuriosito. Era una colonna tedesca. Viene catturato e deportato nel campo di Hildsheim, vicino ad Hannover.

Riesce a sopravvivere. ritorna a casa e riprende a lavorare nella fattoria di Egidio Vailati, un brav’uomo. Pietro impara da lui il mestiere di mediatore in bestiame e aziende agricole. Poi diventa il suo uomo di fiducia e quando conosce Luigina e la vuole sposare, Vailati gli offre la gestione della trattoria con la stazione di rifornimento della benzina, sempre nel complesso della fattoria.

Finalmente la serenità: Pietro e Luigina hanno due figli, Federica che nasce nel 1952 ed io che sono del 1959, il lavoro come mediatore va bene ed allora mio padre decide di lasciare la gestione della trattoria e ci porta a vivere in un appartamento moderno e in una città anche se piccola, Lodi.

 

Ogni venerdì Pietro Dendena, mio padre, va a Milano, nella sede del mercato agricolo provinciale che si svolge in banca, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana.

La banca rimane aperta il venerdì oltre il normale orario di chiusura e mio padre torna per cena. Ha 45 anni, una moglie e due figli – una di 17 anni ed uno di 10 – sono felici, hanno le comodità di una famiglia normale e vivono in una piccola città, quando quel maledetto venerdì del 12 dicembre alle 16,37, mio padre salta in aria per lo scoppio di una bomba.

Ricordo tutto.

Quando ricevetti la notizia della morte di mio padre, quando riconobbi il suo corpo dal vestito che indossava, lo strazio di nostra madre ed il giorno dei funerali del 15 dicembre: una giornata grigia, un cielo scuro, scendeva qualche goccia di pioggia.

Quel giorno una folla di 300.000 persone si era radunata in Piazza del Duomo; una massa di gente silenziosa, tesa, impietrita durante lo svolgimento della cerimonia, ma il loro era un silenzio assordante, un urlo di condanna degli assassini e di fraterna solidarietà con i parenti delle vittime.

 

Nessuno parlava, tutti avevano il capo chino e non si sentiva il minimo rumore nonostante la folla immensa.

Quella presenza muta ha avuto un’importanza straordinaria per il paese che rischiava in quei giorni di andare allo sbando.

Ricordo quando noi familiari ci rifiutammo di stringere la mano al Presidente del Consiglio, Mariano Rumor.  Quel giorno abbiamo istintivamente rifiutato il suo abbraccio, eppure non sapevamo nulla di cosa era successo e di perché era successo: eravamo certi, però, di una cosa, che qualcosa non funzionava: non poteva essere che tu entri in una banca tutti i venerdì della tua vita da adulto per effettuare il tuo lavoro e una volta, all’improvviso, ne esci in una bara.

La mia vita, la nostra vita cambiò. Mia madre, Federica ed io, diventammo assieme ad altri, i “familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana” impegnati a cercare giustizia e verità.

Per tutti noi iniziò un calvario. Lo spostamento delle udienze dei processi tra Roma, Milano e poi Catanzaro, per motivi di ordine pubblico e di incompetenza territoriale ci costringevano a trasferte estremamente disagiate.

Per raggiungere  Catanzaro, a circa 1200 kilometri di distanza da Milano, dove era avvenuta la strage, si poteva usare solo il treno.

Andavamo a nostre spese spinti dalla convinzione che la giustizia avrebbe fatto il suo corso e che i colpevoli sarebbero stati identificati.

Da giovani, giovanissimi come me, ai quali era stata strappata la figura paterna, abbiamo imparato a combattere: volevamo con tutte le forze ottenere giustizia e nessun disagio, nessun sacrificio ci avrebbe convinto a desistere.

Quando a Catanzaro un giudice mi chiese – non avevo ancora 16 anni-  come mai fossi lì presente, così giovane, risposi: “abbiamo fatto 1200 kilometri perché crediamo nella giustizia e vogliamo che giustizia sia fatta”.

Non abbiamo mai smesso di esserci, di parlare, di testimoniare, di gridare perché giustizia sia fatta; nemmeno ora che sono passati 50 anni.

Qualcuno il 12 dicembre 1969 decise che noialtri rimanessimo orfani, che ci fossa portata via una figura paterna, un punto di riferimento e di sostentamento. A tutto questo si è sommata, negli anni, la sensazione di essere stati condannati ad una pena a vita, per la colpa di essere vittime: la colpa di chiedere i giustizia, di reclamarla a gran voce, una colpa di credere nella giustizia stessa; una colpa di presenziare ai processi che si tenevano dall’altra parte dell’Italia; una colpa di non volersi arrendere alle ingiustizie subite.

Io mi chiamo Paolo Dendena, sono il figlio di Pietro saltato in aria un maledetto pomeriggio di dicembre a Piazza Fontana.

E non mollo.

 

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Published in50 anni
  1. Elio Elio

    Bellissimo e commovente !

  2. Anna Maria Anna Maria

    Un commovente racconto di come un bambino sia stato costretto a diventare in un grigio venerdì milanese improvvisamente un uomo coraggioso e tenace. Grande!

  3. Pierantonio Pierantonio

    Ciao Paolo, non ci vediamo da quel maledetto venerdì. Difficile capire a quell’età cosa fosse successo.
    Il tuo banco vuoto a scuola però resta per me indelebile.
    A presto spero.

  4. donatella donatella

    Caro Paolo, ricordo bene il giorno dei funerali e il silenzio di quella immensa folla sgomenta tra cui c’ero anch’io. Da allora molti non si sono rassegnati ma giustizia, quella non è ancora stata fatta dopo cinquant’anni. Troppi per sperare che finalmente tutti possano conoscere la Verità su quella strage e sulle successive. Le nuove generazioni non sanno nulla e non mollare vuol dire anche cercare di tramandare loro la Storia di questo tormentato Paese. Per dominare il potere ha usato in passato la violenza e le menzogne, oggi la sottrazione dei diritti e l’ignoranza che portano alla perdita di qualunque sana coscienza sociale. Hanno ucciso anche spirito e consapevolezza per garantirsi lo stesso risultato. Ti auguro anni sereni, hai già sofferto la tua dose massima.

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