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Quel Natale dell’Ottantasei

CONCORSO LETTERARIO QUESTO NATALE 2020

Regolamento. Al termine della lettura della storia, puoi lasciare il tuo giudizio. Vince la storia che riceve più Like. Il concorso termina il giorno di Natale. Il vincitore sarà proclamato il 26 e riceverà in dono tre libri degli autori del Blog

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C’era l’albero. Quello vero, quello che si comprava in Via Luca Giordano davanti alla scuola. Erano accatastati a gruppi di una decina e appoggiati alla cancellata della Scuola Statale “Luigi Vanvitelli” di fronte ad una panetteria i cui profumi riempivano la strada per decine di metri. Si andava lì, si sceglieva con cura: era mio padre che lo faceva e, da sempre lo accompagnavo, silenzioso, annuendo alle sue scelte che mi sembravano ogni anno sempre meno perfette.

Poi l’albero prescelto veniva sistemato di fronte alla finestra in un angolo del salotto buono, dove c’erano i mobili ed il tavolo con il piano di opalina, sfrattando quello più piccolo, quadrato da gioco, con il panno verde incollato sopra.

C’erano le palle. Racchiuse in una lunga scatola rettangolare, quella che veniva usata per regalare le bottiglie dei liquori, Stock 84 e Vecchia Romagna, che scendeva dall’ultimo ripiano in alto dell’armadio a muro.

E poi le lucine, sistemate da mio padre in due file distinte: una di luci colorate intermittenti dalla forma di candelini e l’altra, piccole e tonde, dalla luce fissa.

Il rito dell’albero apriva il Natale, il periodo dell’anno a più alta intensità emotiva.

Il rito rimase identico quando da sposato andai a vivere, con la mia famiglia a Via Leopardi, a Fuorigrotta.

E il 25 dicembre dei primissimi anni ottanta la festa ruotava attorno alla scoppiettante allegria di mia figlia Verena, che dalle primissime luci dell’alba cominciava a girare per casa indossando la vestaglia della madre che strusciava per terra come il velo di un abito da sposa, finendo immancabilmente i suoi giri davanti all’albero a soppesare i tanti pacchetti con le carte colorate con campane, slitte e barbe bianche e cappelli rossi disegnati sopra.

Sapeva che non doveva toccare e così stava ferma lì, desiderante.

Bisognava aspettare i nonni e, solo prima del pranzo, avrebbe potuto scartare, con frenesia, i pacchetti  e gioire e battere le mani e abbracciare e baciare ora l’uno ora l’altra del cerchio degli adulti.

C’era tutto anche quel giorno di Natale dell’ottantasei. O quasi: c’era l’albero con le palle, le scatole con i regali, mia figlia che li scartava.

Ma non c’era lei.

Non c’era mia madre, a mangiarsi la nipote con gli occhi, volgendoli ogni tanto verso di me, quasi per ringraziarmi di averle fatto quel regalo, quella bambina, che le “faceva scoppiare il cuore di felicità.”

Se ne era andata ad ottobre, nei giorni a ridosso del suo sessantesimo compleanno.

Da quel Natale dell’ottantasei, il 25 dicembre divenne, per me e solo per me, il giorno più brutto dell’anno.

Mi sono sempre sforzato di esserci, sfoggiando sorrisi e battendo le mani, contagiato a tratti dall’allegria delle figlie che si sono succedute in questi trentaquattro anni, ma continuando sempre ad avvertire il vuoto, il rumore sordo della mancanza che ti sale dallo stomaco.

Iniziava dicembre ed io mi incupivo.

Con gli anni, dopo aver sperimentato tutte le strategie possibili affinché la mia cupezza non guastasse la festa a tutti, mi sono cominciato a concentrare sulle cose di contorno: la scelta del menù, l’acquisto degli ingredienti, i vini e quattro etti di allegria che metti nel sangue con le bollicine. Il 25 dicembre è diventato un giorno di festa, un gran bel giorno di festa, come quelli belli che si succedono nel corso dell’anno e il rito – l’albero e tutto il resto – solo un’occasione di gioco per i bambini.

Questo Natale 2020 sarà tutto diverso. Festa vera.

E’ la Festa Grande del Fort Alamo, di David Crockett e i suoi seguaci che brindano alla faccia dei messicani che non sono riusciti ad espugnarlo.

Si, sono ancora qui, siamo ancora qui. Festeggiamo, ringraziando il Signore.

Mia moglie avrà fatto le frittelle. L’avrò guardata nei suoi preparativi, concentrata a pesare farine, a sbattere le uova, ad assaggiare, a scrollare la testa insoddisfatta, ad accatastare pentole, con la musica di Vasco Rossi a tutto volume, con le bambine che irrompono, inseguendosi per casa, prese dalla loro esplosiva, gioiosa e travolgente fame di vita.

E le abbraccerò ogni tanto: mia moglie alle spalle, baciando il suo collo e facendo finta di resistere al suo divincolarsi, Nina che mi butterà le braccia al collo avvinghiandosi come un Koalino e Vita Mia che socchiuderà i suoi occhietti luccicanti strusciandosi sul maglione “di papà”.

Il vuoto non lo sento più, ormai da anni. Ho solo fantasmi che mi vengono a trovare qualche volta di notte, nei sogni. Come a tutti, credo.

Mi siederò sul divano a guardare tutta quella felicità in movimento.

E immaginerò che accanto a me venga a sedersi mia madre.

Silenziosa abbraccerà tutto con uno sguardo.

E poi ad un tratto: “Pierè, finalmente ti vedo felice” .

 

 

 

 

 

 

 

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1 commento

  1. marcello marcello

    Bellissima! (secondo me fuori concorso) mi sono commosso, bravo, Marcello

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