Salta al contenuto

Quel pomeriggio di quasi estate

La Peppa, giovane e carina domestica di casa Esse, aveva da poco messa a posto la tavola e data una ramazzata al pavimento.

Ormai il pomeriggio era appena iniziato ed eravamo seduti nel salottino amaranto per le ultime notizie del Giro D’Italia.

Andavo spesso a casa di Carlo e mi piaceva essere invitato a pranzo.

Ma non ero attratto dalla bontà e dalla eccellente qualità della cucina.

Mi piaceva invece essere presente e partecipare alle conversazioni che in genere apriva don Giustino,il padre di Carlo.

Era costui un signore di una certa età, molto severo con un aspetto massiccio e con una vocina da tenore affrontava gli argomenti i più diversi, dai fatti di cronaca, ai libri più letti, ai film che da noi arrivavano con qualche anno di ritardo.

Don Giustino era il Direttore Amministrativo della Miniera Saim ed era per questo una personalità.

Il dibattito lo trovavo sempre piacevole e ricco di spunti intelligenti. In quel salotto era Carlo  il mio preferito. Aveva solo un anno più di me ma sentivo che era, rispetto a tutti noi ragazzi, molto diverso, aveva più carisma, suscitava nel parlare ammirazione ed interesse: diventerà, da grande, una persona importante nel mondo bancario.

Carletto per tutta la mattinata mi aveva preso in giro.

Tifoso di Bartali, “Bartaliano” come si diceva allora non sopportava Coppi e naturalmente tutti i suoi tifosi.

Le notizie del mattino avevano dato Bartali in fuga e quasi vincitore della tappa e forse del Giro.

Coppi all’epoca era un suo gregario ed obbediva agli ordini del Capo. Io restavo muto, in quanto  sostenitore di Coppi ero piuttosto permaloso sull’argomento “Coppi non vale Bartali”. Per me Fausto Coppi era il “Campionissimo” , il Migliore.

Gli scrivevo lunghe lettere da appassionato, per me non esisteva che lui, l’Airone, il campione dallo stile unico,  elegante nella pedalata come nessun’altro.

Naturalmente Coppi non rispose mai alle mie lettere.

Mi lamentai con Magni con cui tenni in seguito una lunga e piacevole corrispondenza.

Era il giorno 10 di giugno del 1949 e la tappa Cuneo – Pinerolo 192 Km quasi tutti in salita.

Accendemmo finalmente la radio – una Siemens immensa tutta tedesca – ed io mi sentivo tranquillo in quella poltrona di prima classe.

Carletto accennò un sorriso tra il sarcastico ed il compiaciuto, io ingoiavo saliva.

La bella voce stentorea era di Claudio Ferretti ed aprì la radiocronaca  con una frase a sorpresa che sarebbe diventata storica, leggendaria: oggi si direbbe un cult.

La stanza, ai miei occhi, si illuminò di immenso:

“Un uomo solo è al comando. La sua maglia è bianco-celeste. Il suo nome Fausto Coppi”.

Apriti cielo !!!

Urlai una volta, due volte, tre volte poi corsi in bagno e piansi, piansi con i singhiozzi.

Carlo manteneva una compostezza irreale, rigida ed altezzosa.

Coppi divenne in quel momento mio padre, mio fratello, l’amico per la pelle.

Mi ricordai che un giorno lo avevo toccato.

Fu a Benevento ed era un mattino di primavera.

Era così pallido in viso, ma aveva gli occhi aguzzi di aquila, lo guardai con insistenza e per caso mi guardò.

C’erano tutti i miei sogni di ragazzo in quello sguardo ed in quell’accenno timido di un sorriso che portai con me anche quel giorno triste quando Fausto non ci fu più.

Piansi quel giorno ed il giorno dopo e riempii la stanza della sue foto.

Cominciavo a crescere e da Carlo ci andavo sempre meno spesso.

nella foto: Fausto Coppi al comando della tappa Cuneo – Pinerolo, Giro d’Italia 1949

Pubblicato inGenerale

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *