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Quella tazzina di caffè

Primo portava il caffè al letto alla moglie ogni mattina.

Da quando erano sposati questa abitudine era diventata progressivamente un rito sacro che a qualsiasi condizione lui avrebbe conservato.
Nei giorni di vacanza in albergo, meglio dire in pensione dignitosa ma economica, cercava di trovare il modo per essere lui a portare il caffè in camera a letto alla moglie.
Ma nei viaggi all’estero doveva rassegnarsi: la barriera della lingua gli impediva un’organizzazione che uscisse dalle abitudini consolidate degli alberghi.
Si rassegnava con il sorriso perché portare la moglie adorata all’estero era qualcosa che avrebbe mai potuto immaginarsi quando era giovane.

Ce l’aveva fatta grazie ad una determinazione che superava quella congenita della sua generazione nata a cavallo delle due guerre, in montagna e in una famiglia numerosa.
Era il primo di cinque figli, rimasti orfani di madre e con un padre manovale delle Ferrovie: l’ultimo di mille lavori tentati al ritorno dall’America dove era emigrato giovanissimo.
Primo andava a piedi a scuola, da solo, per i sentieri di montagna.
Studiava mentre lavorava e riuscì così a diplomarsi geometra.
Era già entrato in Ferrovia e questo diploma gli consenti di rimanere a lavoro quando scoppiò la guerra: capo stazione fra le gole di Popoli in Abruzzo.
Nell’ultimo anno di guerra fu trasferito come Capo stazione ad Assisi.

Cercò una sistemazione: prese in affitto una stanza presso una famiglia a poche centinaia di metri dalla stazione.
Una famiglia che era stata benestante prima della guerra e si era consentita persino di mandare all’università di Roma la loro prima figlia Antonietta.
La guerra aveva cambiato tutto e Antonietta era rimasta a casa, a fiorire. Così i suoi genitori raccontavano di quell’incontro tra Primo e Antonietta: era diciottenne quando Primo la vide per la prima volta, ne aveva venti quando lui si innamorò perdutamente di lei. Lui, Primo, che aveva superato i trent’anni senza mai aver avuto una fidanzata perché – come era solito spiegare – non se la poteva permettere finché non avesse raggiunto una stabilità lavorativa adeguata.

Si innamorò perdutamente di Antonietta ma fu il trasferimento a Pescara, un nodo ferroviario più importante – che comportò uno scatto di carriera e di stipendio – l’opportunità che gli permise il salto.
Si sposarono nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, a pochi metri dalla casa di Antonietta, e a quel matrimonio accorse l’intero paese, soprattutto tutte le nubili ancora incredule che il più ambito scapolo avesse sposato colei che certamente non risplendeva per particolari doti fisiche.
Primo non era particolarmente alto ma aveva un fisico asciutto e atletico – aveva corso la staffetta 4×400 nella nazionale italiana – gli occhi verdi molto grandi, un naso importante che coronava un viso regolare ed una bellissima bocca.

Le Ferrovie dello Stato da allora propiziarono tutti gli eventi della coppia: i trasferimenti in una grande città, una casa statale in un quartiere borghese, i viaggi gratuiti in Italia e due viaggi all’estero all’anno.
Primo si svegliava alle cinque di mattina e come sovraintendente ai lavori della tratta Napoli San Felice a Cancello andava ogni mattina sulla linea ferroviaria mentre passava ogni pomeriggio in ufficio a fare straordinario per consentire all’unico figlio maschio di avere tutto il necessario ed una parte considerevole del superfluo. Una macchina sportiva ai diciotto anni del figlio fu per Primo il simbolo del successo raggiunto grazie ai sacrifici e alla determinazione.

Primo non comprava nulla per sé ma tutto il possibile (e il superfluo) per la moglie ed il figlio.
Ma quel gesto semplice e quotidiano – del preparare il caffè con cura e con amore – era l’abitudine alla quale teneva di più: non era uomo da smancerie, da abbracci e baci in pubblico, da parole dolci e da risate: era un uomo serio, coriaceo, il cui unico scopo dopo la programmata nascita dell’unico figlio era quello di vederlo arrivare in ferrovia da laureato in ingegneria.
Per conquistarselo e poterlo guidare come e dove era il suo desiderio non lesinava spese ed investimenti, senza accorgersi che quel modo di fare, privo di qualsiasi empatia, generava nel figlio i peggiori difetti acquisibili alla sua giovane età: il ragazzo era indolente, insicuro, prepotente e soprattutto privo di qualsiasi riconoscenza verso il padre, nei confronti del quale provava solo timore e un gigantesco senso di inferiorità.

Quando Primo andò in pensione il rito del caffè divenne il momento più importante del suo mattino. Continuava a svegliarsi all’alba e aspettava leggendo in salotto di essere raggiunto dalla frase sospirata di Antonietta: “Mi fai il caffè?”
Anche quella mattina Primo aveva organizzato tutto in attesa del richiamo della moglie. Era emozionato e contento, sentiva che era ormai finito quel bruttissimo periodo, ormai lungo più di un mese, che aveva visto Antonietta ammalarsi di “una brutta polmonite” che era andata peggiorando giorno dopo giorno.

La sera prima lei gli aveva detto che si sentiva un po’ meglio, che non voleva attaccarsi all’ossigeno – oramai compagno fedele per l’intero giorno – e che aveva buttato tutte quelle medicine omeopatiche che il figlio l’aveva convinta a prendere e che erano, ad avviso suo e di Primo, la vera causa del suo costante peggioramento.
Quella mattina Primo attendeva di ripristinare quel rito del caffè che le condizioni della moglie avevano interrotto dopo quasi 50 anni.
Antonietta non chiamava ed allora Primo decise di preparare lo stesso il caffè con la solita cura, con il dolcificante che aveva sostituito negli anni lo zucchero, lo girò a lungo nella tazzina e si avviò alla camera da letto.

Antonietta sembra dormire. Primo la chiama sussurrando, ma avverte che c’è qualcosa di angosciante alla quale non sa dare subito un nome. C’è troppo silenzio. Si piega verso il letto, vede il viso di Antonietta che esce dalle lenzuola, la sfiora con una mano mentre con l’altra tiene la tazzina.

E’ gelida.

Non respira.

Realizza che la sua adorata moglie è morta.

Si inginocchia accanto al letto e dai suoi occhi escono, per la prima volta nella sua vita, lacrimoni che cadono ovunque. Ma nulla, nulla più, rompe quel silenzio che tutto circonda.

Inebetito, incredulo Primo riesce dopo un tempo infinito ad alzarsi. Telefona a Clara l’amica fedele di Antonietta che aveva vissuto con lei tutte le fasi di quella malattia.

Clara aspettava quel momento. Era certa che sarebbe arrivato. Ed era pronta.
“Primo, sto correndo da lei. Non faccia niente”

Arrivò e trovò Primo con i gomiti sul tavolo della sala da pranzo e con le mani intorno al viso: non piangeva più, sembrava assorto, lontano.
Clara gli spiegò quella situazione che a lui e prima ancora ad Antonietta era stata tenuta nascosta: non era polmonite, era un tumore micidiale radicato in entrambi i bronchi, la cui prognosi era stata immediatamente dichiarata infausta.
Avevano scelto la strategia del silenzio lei e il figlio che arrivò poco dopo, raggiunto al lavoro dalla notizia che aspettava da un momento all’altro dopo che aveva visto negli occhi della madre il vuoto dei senza speranza.

Lui e Clara avevano falsificato le carte delle analisi e delle visite per i 40 giorni durante il quale si compì l’agonia di Antonietta.

Mostrarono a Primo le carte vere che riportavano le parole terribili del destino sancito e irreparabile che condannavano Antonietta ad una morte certa e orribile – per progressivo soffocamento – che i rimedi omeopatici avevano contribuito ad accelerare.

Era il 31 Ottobre 1986, il giorno in cui morì mia madre e si spezzò per sempre la vita di Primo, mio padre.

Pubblicato inGenerale

3 Commenti

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Dopo i primi periodi del bel racconto ho intuito che fossero i tuoi genitori, persone meravigliose.

  2. Armando Staffa Armando Staffa

    Non dimenticheró mai i tuoi genitori. Gli volevo bene ed anche loro me ne volevano. Altri tempi… Altre persone… Altro mondo… E per quanto allora credevamo che il mondo dovesse essere cambiato, oggi dobbiamo riconoscere che quegli uomini e quelle donne ci hanno dato qualcosa che oggi non si trova piú… Il senso della famiglia, quello del dovere e del rispetto del pensiero altrui. Grazie Piero per avermi ricordato Primo e Antonietta che ovviamente mi hanno fatto ripensare a Mario e Maria

  3. Carla Bisogno Carla Bisogno

    Mario e Maria, scrive Armando Staffa…anche i miei amati genitori si chiamavano così.. uniti dal destino è dallo stesso nome. Si sono conosciuti e si sono amati e rispettati tutta la vita. Purtroppo papà dopo l’ictus ci ha lasciati e mamma è sopravvissuta al lutto con fatica e poi alla fine lo ha raggiunto.

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