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quello era mio padre!

Era febbraio del 1969.

Lavoravo in Alitalia come tecnico elettronico nell’Hangar del DC9-30. Il giorno che avvenne la disgrazia stavo facendo il turno di notte.

Verso le 6 del mattino vidi un insolito assembramento di capisquadra e capiturno vicino alla postazione del Programmatore di Reparto. Insieme ad altri colleghi mi avvicinai preoccupato, doveva essere successo qualcosa d’importante. Il mio caposquadra ci disse che nell’Hangar DC8 avevano trovato il corpo di Fefè schiacciato tra due porte dell’Hangar.

Fefè era uno dei manovali adibito a manovrare le grosse porte scorrevoli degli Hangar.

Lavorava nell’Hangar del DC9 nel mio stesso turno e spesso lo avevo visto un po’ brillo. Il capoturno aveva minacciato più volte di sospenderlo. Lui per un po’ riusciva a rimanere sobrio, ma poi ritornava a essere il Fefè che tutti conoscevamo.

Lo spostamento delle porte degli Hangar era segnalato da avvisatori acustici e attivato in due punti (una chiave e un pulsante) che dovevano essere azionati simultaneamente. Quando doveva entrare o uscire un aereo ci volevano diversi minuti per aprire le enormi porte.

Quell’inverno faceva molto freddo e Fefè aveva escogitato un sistema per manovrare tutte le porte dall’interno. Aveva incastrato il pulsante riuscendo a girare la chiave da dentro l’Hangar. Purtroppo però non si accorse della porta che muovendosi lo spinse contro l’altra porta ferma.
Questa fu la versione dell’incidente che ci venne fornita.

Nel 1974 cambiai lavoro, passai ai Sistemi Informativi alla Magliana, dove svolgevo l’attività di programmatore di computer.

I miei nuovi colleghi a volte mi chiedevano informazioni sulla mia precedente attività lavorativa.

Non so per quale motivo un giorno all’ora di pranzo mentre eravamo in coda alla mensa raccontai degli incidenti che potevano avvenire dentro gli Hangar. Mi venne in mente l’episodio drammatico che avvenne nel 1969.

Mentre avanzavo con il vassoio mi accorsi che il ragazzo che mi precedeva nella fila mostrava un particolare interesse alla mia storia. Fui lusingato per come il mio racconto stesse raccogliendo tanta attenzione poi improvvisamente quel ragazzo disse una semplice frase che mi raggelò il sangue:
– Quello era mio padre!
Per un istante rimasi senza fiato, quella coincidenza mi sembrava inverosimile. Cercai di ripensare a quanto raccontato e mi confortò di non aver ancora fatto cenno al vizio di Fefè.
– …come?
Replicai balbettando. Poi il ragazzo confermò:
– Fefè era mio padre!

Gli chiesi di aspettarmi dopo la cassa. Quando lo raggiunsi, mi rivelò che la sua famiglia ancora non aveva ricevuto l’indennizzo dall’assicurazione. Il motivo era che sostenevano che quando avvenne l’incidente suo padre non era sobrio. Abbozzai un falso stupore che non so quanto fu percepito dal ragazzo. Mi disse che poteva considerare come parziale indennizzo l’essere stato assunto al posto del padre. Ora stava lavorando nel reparto Stampanti e mi sembrava contento.

Lo salutai augurandogli una favorevole conclusione della vicenda con l’assicurazione e raggiunsi i miei colleghi al tavolo, i quali mi dissero che nel momento in cui quel ragazzo rivelò la sua identità ero diventato improvvisamente bianco!

Avevo qualcosa in comune con il figlio di Fefè, i nostri padri erano morti per colpa del vino tutti e due nel 1969. Il suo a febbraio per una manovra effettuata in stato di ebbrezza, il mio a luglio per cirrosi epatica dovuta all’abuso di alcool.

Forse era per questo motivo che quando lo incontravo gli chiedevo notizie sulla causa ma ogni volta bastava un cenno della testa per indicarmi la situazione.

Poi il reparto Stampanti fu ridimensionato, diminuirono il personale e il figlio di Fefè fu trasferito.

Non lo vidi più, non seppi mai come andò a finire la contesa giuridica con l’assicurazione, ma non dimenticherò mai il gelo al sangue provocatomi da quella semplice frase: quello era mio padre!

Pubblicato inGenerale

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