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Rafèle

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli…

Francesco Guccini, La locomotiva

La devo scrivere da tanto tempo, questa storia.

Scrivo per domare i demoni che agitano il sonno, per ricollegare fili e dare un senso alle tracce, ai ricordi, agli incontri.

Questa è la storia di un incontro.

L’immagine di Rafèle che ho più viva appartiene ad un anno successivo a quello nel quale l’ho incontrato per la prima volta. Quella volta, la prima, entrò in sede con il passo che mi divenne con il tempo familiare ma che quella sera mi scosse: falcate lunghe e decise senza guardarsi intorno per poi fermarsi al centro di quella piccola stanza. “Voglio iscrivermi” disse. Si riferiva alla “lista di lotta per il lavoro” che in quel Comitato di Quartiere, aperto da poco, a Vico Banchi Nuovi, una traversa di Via Santa Chiara nel centro storico, era stata aperta sulla scorta delle esperienze che andavano sorgendo ovunque a Napoli in quel 1975.

Seppi dopo che Rafèle era già iscritto a Vico Cinquesanti, il luogo centrale della lotta in quell’anno,  che ci aveva osservato per un po’ e che preferiva iscriversi e frequentare un comitato del quartiere dove aveva amici e conoscenti, il nostro. E infatti, subito dopo di lui ne vennero molti altri che vedevano lui come punto di riferimento e lo seguivano nelle manifestazioni, come quella dopo la strage di Brescia, che determinò l’incendio della sede della Cisnal a Via Depretis a Napoli.

Rafèle era comunista, senza mai essere stato iscritto al PCI, né in alcun altro gruppo politico; era “comunista” di famiglia perché quello era il “partito che difendeva i proletari” così come lui, insieme al padre ed i fratelli, quando c’erano le scadenze elettorali, presidiava e difendeva un unico manifesto del PCI nella zona “nera” di Napoli: gli Orefici. E quel manifesto lì non veniva toccato.

Arrangiava per vivere, come tutti. Aveva fatto per qualche tempo lo sfascia carrozze, un lavoro durissimo che richiedeva una forza straordinaria: il suo fisico asciutto dissimulava una struttura fisica potente quanto agile.

Con la venuta di Rafèle e tutti i suoi amici, Banchi Nuovi cambiò: cominciò ad essere frequentata assiduamente dai proletari che ogni giorno crescevano di numero e che imponevano al gruppetto di giovani della Napoli-bene di scegliere davvero quale fosse il loro ruolo nel mondo. Scelsero quasi tutti e non ci volle molto tempo: Paolo è diventato un manager di alto livello nel mondo bancario, Stefano è giudice, Ferruccio è un affermato commercialista.

Io rimasi. Con Rafèle ho lavorato fra i disoccupati fino al 1990. Per un lungo periodo tenevamo un’assemblea generale alla settimana: io parlavo e lui, che mi stava a fianco, scrutava quelli che ascoltavano e, alla fine, sintetizzava in poche parole il succo del discorso: a scanso di equivoci dovuti alla lingua. Il resto del tempo, Rafèle lo passava in sede sempre indaffarato: veniva la mattina prestissimo (dopo un po’ di tempo cominciò lui ad aprire la sede), metteva in ordine,  organizzava il lavoro e lo svolgeva sempre per primo, ci teneva che nessun disoccupato stesse in sede a perdere tempo – il gioco delle carte era vietatissimo e Rafèle provvedeva a sloggiare chiunque dava l’impressione di frequentare la sede per motivi diversi da quelli per cui era stata aperta: lottare per il lavoro. Qualche rarissima eccezione veniva tollerata e riguardava qualche breve commento sulla giornata calcistica, di lunedì. Forse era il suo punto debole: “ho i globuli azzurri” andava ripetendo. Aveva scelto di non cercare più lavori precari, mangiava, finché ha potuto, alla mensa dell’Istituto Universitario Orientale dove cuochi e camerieri lo conoscevano e  passavano i piatti a lui e agli altri disoccupati, non aveva soldi in tasca ma tutto questo non  sembrava pesargli più di tanto. Mostrava una determinazione di ferro che irradiava chiunque si fosse trovato a condividere con lui una qualsiasi attività del movimento. Era deciso a conquistare, insieme agli altri, il lavoro, “stabile e sicuro”, con la lotta.

Ci è riuscito. Subito dopo ha continuato ad organizzare altri cicli di lotta dei disoccupati a Banchi Nuovi.

L’ho rivisto da poco. E’ andato in pensione. Continua a dare una mano all’organizzazione dei disoccupati.

Il ricordo più vivo che lo riguarda appartiene ad una mattina, in Via Roma, del periodo più difficile vissuto dal movimento per il lavoro, agli inizi degli anni ottanta: il clima positivo di solidarietà e di incoraggiamento che per la strada si sentiva da parte della città ogni volta che scendevamo in piazza, era scomparso e, di conseguenza, era cambiato l’atteggiamento della polizia.

Il corteo che andava verso Piazza Plebiscito per manifestare sotto la Prefettura, all’altezza della Galleria Umberto, fu caricato senza preavviso. La Galleria ha quattro bracci e la polizia, al momento della carica entrò anche dalla parte opposta a Via Roma per stringere in una morsa i disoccupati. Ero salito al primo piano della banca che si apriva sulla galleria e da quella postazione guardai tutto quello che successe.

I poliziotti avevano un obiettivo preordinato: arrestare Rafèle. Lui cominciò a correre dentro la galleria e vide i celerini che venivano anche dalla parte opposta. In una frazione di secondo la stessa scena fu vista dai disoccupati che scappavano: come obbedendo ad un identico messaggio i disoccupati deviarono, ciascuno, la propria traiettoria di corsa per andare a circondare Rafèle: dieci, altri dieci, e poi ancora dieci e ancora, ancora. Si fermarono in cerchio nel mezzo della galleria, strettissimi fra loro e con lui al centro; qualcuno cominciò a sfilarsi la cinta dai pantaloni, tutti avevano i pugni serrati. Sarebbero dovuti passare sui loro corpi se volevano quello di Rafèle.

Il tempo parve fermarsi. I celerini si erano arrestati: era un fronteggiarsi di sguardi e di determinazione. Altri disoccupati, nel frattempo, tornavano indietro verso il centro della Galleria; il messaggio era arrivato ovunque: se vonne fà a Rafèle, currimm.

Raffaele non è stato mai fermato né arrestato in tutti quegli anni.

Negli anni trascorsi nelle aule di formazione quando mi capitava di parlare di leadership, ho pensato che avevo avuto il privilegio di vivere accanto ad un leader e di sapere molto bene cos’è e cosa fa un leader: è un modello di tenacia e dedizione, una presenza costante, un punto di riferimento in grado di dare indicazioni chiare e precise in ogni situazione, una persona che sa decidere ed assumersi le proprie responsabilità, che incoraggia e delega, che è trasparente sugli obiettivi e sulla strategia, che cerca condivisione e non obbedienza, che fa crescere le persone intorno a lui.

Ho telefonato a Raffaele qualche tempo fa, appena ho deciso di scrivere questa storia per chiedergli qualche vecchia foto e per sapere come sta. Mi ha detto che adesso a Banchi Nuovi vengono ad iscriversi i figli di quelli che hanno lottato con lui.

E poi, il primo maggio scorso, Rafèle mi ha inoltrato un messaggio indirizzato a lui. Uno di quei messaggi che ripaga di una vita: il tempo, la fatica, le notti insonni, la figlia cresciuta lontana da te, le paure, le fughe, il cercare il coraggio che non riesci a trovare, il guardare da vicino cosa significa la scelta di classe e sentirti inadeguato, il rimanere lì per tigna e metterci il cuore ed il cervello, il fare a pugni con il tuo demone che non ti fa dormire, il perdonarti perché ad un certo punto hai mollato, perchè, comunque, le panche ed i tavoli di quel luogo che porta quel nome li hai inchiodati tu con Marisa, quarantaquattro anni fa, che quella sede l’hai aperta tu e che da lì è nato tutto e che adesso guardi alla tua vita e riesci, delle volte, a ritrovare il senso di tutto.

Il messaggio è questo.

Per noi questo è sempre un giorno di lotta. Buon Primo Maggio Banchi Nuovi, da sempre nel conflitto, hai organizzato e sconvolto la nostra vita, hai dato dignità al nostro cammino collettivo, speranza ai nostri sogni. Abbiamo conosciuto il conflitto, la latitanza, il carcere, la repressione, la lotta e mai abbiamo abbassato la testa. La strada è fatta per essere vissuta e questa strada vive nel cuore, nella mente di migliaia e migliaia di uomini e donne che l’hanno vissuta.

Domenico Lopresto, ex disoccupato

 

 

 

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2 Comments

  1. Bezzo Bezzo

    Sempre attuale Bravo Piero Ma Rafele poi che lavoro ha fatto nella vita ?

  2. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Raffaele è stato assunto alla Regione Campania.
    Alla conclusione del movimento precedente (quello di Vico Cinquesanti e di Mimmo Pinto, tanto per capirci) alcuni disoccupati entrarono nel Banco di Napoli, altri all’Italsider, al Comune ed alla Regione.
    Finché ne ho avuto conoscenza diretta altre occasioni di lavoro per i movimento sorti successivamente furono all’Alfa di Pomigliano.
    Non solo welfare, ma anche lavori in azienda.
    In BNA sono stato assunto per raccomandazione di un capo politico della DC
    e tu?

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