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Recensioni

Le Recensioni degli Autori del Blog su libri, film, serie Tv, teatro e “tutto quanto fa spettacolo”

 

LA FRASE
“Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere sereni.”
CHI L’HA SCRITTO
Conosciuta come Christa Wolf vero nome Christa Ihlenfeld, è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. E’ morta a 82 anni, nel 2011, dopo una vita di impegno intellettuale e politico. Seppure dissidente risiedeva nella Germania dell’Est e ruppe con il partito nel 1989 alla vigilia della caduta del muro. Scrivere per lei significava fare politica e schierarsi: il personaggio di Cassandra è un prototipo di donna indipendente, che fa politica e critica apertamente il potere, la guerra e costruisce spazi di autonomia fuori dalla logica maschile.
DI CHE PARLA
Il libro racconta la guerra di Troia dal punto di vista di Cassandra, figlia di Priamo, che aveva ricevuto il dono della veggenza da Apollo, ma essendosi rifiutata di concedersi a lui, era stata condannata a non essere mai creduta nelle sue profezie. Donna autonoma e appassionata di politica, cerca di schierare il suo popolo verso il rifiuto della guerra con i Greci, della quale ella pre-vede il tragico epilogo. Il capo dell’esercito Eumelo, che rappresenta l’inclinazione maschile alla guerra, la fa imprigionare e con i principi troiani rifiuta ogni compromesso di pace. Cassandra, emarginata e inascoltata nonostante abbia scoperto che Elena non è mai arrivata a Troia e che i motivi veri della guerra sono strategici, dà vita ad una comunità di donne, troiane e greche, insieme ad Anchise, padre di Enea. A quest’ultimo, al quale è legata da un amore mai consumato fisicamente, sono dedicate le ultime righe dolcissime ed appassionate prima che venga resa schiava da Agamennone ed avviarsi alla morte per mano di sua moglie.
COSA NE PENSO
Amo questo libro e la figura di Cassandra perché è una donna indipendente, intellettuale, pacifista ed impegnata fra le donne. Il libro ci dice che le donne possono imparare a “vedere”, anche se non saranno credute, pur possedendo “il dono della verità in qualcosa che è molto affine alla loro vera capacità: quella di amare”.
Pier, 11.21
LA FRASE
Una cauta tristezza è calata su ogni cosa, come su antichi luoghi dell’infanzia che ora sono mutati.
CHI L’HA SCRITTO
Werner Herzog è regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e attore tedesco. È tra i più importanti esponenti del cosiddetto nuovo cinema tedesco e uno dei massimi cineasti viventi. Ha prodotto, scritto e diretto più di 50 film, ha pubblicato libri e diretto opere liriche.
Il suo cinema è stato considerato “sull’orlo della follia”, ma senza troppi toni scuri, l’inquietudine è tutta nella logica o nelle atmosfere inquietanti che riesce a creare. Il suo cinema si alimenta di sogni, di nostalgie e di desideri collettivi, molto più che di realtà.
E nei suoi sogni, nelle sue nostalgie e nei suoi desideri c’è sempre la Natura. Sia essa il volto di una verde giungla o di un sabbioso deserto. Va detto che Herzog la natura non l’ha mai amata: “… è stupida, oscena e sbagliata, ma vitale perché inevitabilmente primitiva, casuale e irripetibile”.
DI CHE PARLA
È il diario tenuto da Herzog durante i due anni e mezzo di lavorazione del suo film-limite Fitzcarraldo nella giungla amazzonica: un’impareggiabile avventura, tra enormi difficoltà logistiche e mutamenti nel cast che, alla fine, comprenderà Klaus Kinski e Claudia Cardinale (Mick Jagger sciolse il contratto). Il regista tedesco ha definito queste pagine “più appassionanti del film stesso”.
COSA NE PENSO
Il film è un capolavoro. Il libro è affascinante, documenta una delle più folli imprese della storia del cinema. Sono impressionanti i disagi patiti in prima persona da Herzog e fatti patire alla sua troupe). “Fitzcarraldo” è il risultato di una lotta terribile con il caldo infernale della giungla, con le malattie, le zanzare, le inondazioni, i serpenti velenosi, le difficoltà finanziarie e burocratiche. Numerosi gli incidenti occorsi sul set (tra cui alcuni mortali) e numerose anche le intemperanze dell’attore-protagonista Klaus Kinsky, legato a Herzog da un rapporto di amore-odio. Lo stesso rapporto che lega il regista alla foresta vergine.
Ernesto, 12,21
I VERSI
Spegniti, spegniti breve candela. La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sulla scena e del quale poi non si ode più niente. È una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, ma che non significa nulla.
CHI L’HA SCRITTO
William Shakespeare, ma centinaia sono le versioni multimediali che ne sono state tratte. Il giorno di Natale uscirà il film di Joel Coen, con Denzel Washington e Frances McDormand, mentre la Scala aprirà la stagione col Macbeth verdiano. Nell’ambiente teatrale si ritiene porti sfortuna anche solo nominarla, per cui si cita come “opera scozzese”, base per Opera di Dario Argento. Da citare: Il Trono di Sangue di Kurosawa, oppure la riscrittura in chiave attuale di Jo Nesbo.
DI CHE PARLA
Si inizia con la profezia di tre weird sisters: Macbeth sarà re di Scozia, mentre Banquo, vicino a lui, sarà padre di re. Macbeth è attratto dalle parole delle streghe, ma gli manca il coraggio di compiere l’atto perché si avverino: uccidere il re attuale, Duncan. Più decisa è Lady Macbeth, che spinge il marito all’azione. Andranno eliminati anche Banquo e figlio, per impedire la seconda parte del vaticinio. Terzo omicidio: MacDuff, contro il quale Macbeth è stato messo in guardia dalle streghe, in secondo consulto. Lady Macbeth non regge al senso di colpa e muore, forse suicida. Macbeth ormai non prova più nulla e si sente immortale. Così non sarà: MacDuff si è salvato.
COSA NE PENSO
E’ la tragedia più breve di Shakespeare e questo consente di affrontarla con minor timore, anche per la scrittura, più asciutta. È la più psicologica: l’autore entra nella mente dei personaggi e nei loro gesti, tanto che anche Freud ne scrive. Ma è Lady Macbeth il personaggio che spicca, fuori dai canoni femminili del tempo, che regge i fili dell’azione (chiedendo agli spiriti di “levarle il sesso” e di riempirla di fiele), salvo poi soccombere al senso di colpa. È una storia universale di brama di potere e della gestione dello stesso, ma si può leggere come un brano di cronaca di giornale.
G.Costolo, 12.21
LA FRASE
” I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.”
DI CHE COSA PARLA
La storia della famiglia Joad è quella di centinaia di migliaia di famiglie americane, ridotte alla fame negli anni della grande depressione: private dalla loro terra, cacciate dalle case, costrette a cedere i loro averi in cambio di mezzi di fortuna sui quali caricare i familiari ed affrontare una traversata dall’Oklahoma verso il Sud, verso il miraggio di una vita nuova nella verde California. Un sogno che diventa un incubo perché le masse di immigrati, gli “Okie” come vengono chiamati con disprezzo dai locali, conosceranno lì la malvagità dei padroni, la fame, le malattie, la morte. E la rabbia. Ma proprio in quel panorama di desolazione e rovina, è proprio fra i poveri che fioriscono i segni autentici di una insopprimibile umanità.
CHI LO HA SCRITTO
John Steinbeck considerato uno dei massimi esponenti della letteratura americana, vinse, nel 1940, il Premio Pulitzer per questo romanzo e il Premio Nobel nel 1962. Ci ha lasciato oltre a Furore, opere possenti quali Uomini e Topi, la Valle dell’Eden e Pian della Tortilla: al centro di tutte c’è la condanna senza appello della disuguaglianza sociale, come portato del “sogno americano”, e l’esaltazione di un’innata solidarietà di classe fra gli sfruttati.
COSA NE PENSO
Steinbeck scrive così bene che è capace di farti sentire lì ad ascoltare i sermoni del predicatore visionario Clacy o che vivi la rabbia che fermenta in Tom Joad. Le righe finali del libro, con la descrizione del gesto di compassione estrema di Rosa Tea, ti riempiono gli occhi di pianto e il cuore di autentico furore.
Pier, 12.21
LA FRASE
«Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.»
CHI L’HA SCRITTO
Classe 1978, Paolo Cognetti ha le sue prime esperienze nella scrittura a soli 18 anni. Frequenta la facoltà di Matematica all’Università di Milano, e studia letteratura americana da autodidatta. Non convinto della strada che ha intrapreso si iscrive e si diploma alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Realizza documentari e fonda con Giorgio Carella Cameracar, casa di produzione indipendente. Ma la sua vera strada è la scrittura. Ama infinitamente la montagna: quando era piccolo andava con i suoi per i mesi estivi nella loro baita in Valle D’Aosta.
DI CHE PARLA
Pietro è un ragazzino di città, solitario e scontroso. C’è una passione che unisce i genitori di Pietro: la montagna, perché in montagna si sono conosciuti, innamorati, e infine sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La famiglia scopre un paesino ai piedi del Monte Rosa, e in quel posto trascorrono tutte le estati. In paese Pietro conosce un coetaneo, Bruno, che si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte; sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”. Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero.
COSA NE PENSO
Per innamorarsi di questo romanzo potentissimo non è necessario essere un alpinista, né un amante sfegatato della montagna. Però aiuta.
Perché la montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli, la montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura.
Paolo Cognetti ha scritto questo romanzo, definito “di formazione”, con uno stile magnetico e adulto. E poi mi piace chi scrive per esplorare i rapporti accidentati, granitici, chi si impegna a trovare sempre nuove possibilità di imparare e si chiede qual è il nostro posto nel mondo.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
“E nessun sogno è interamente sogno”
DI COSA PARLA
Vienna. Inizio ‘900. Una coppia borghese affronta il tema del tradimento in una coppia felicemente sposata e sessualmente appagata. Lei, dopo una festa durante la quale entrambi sono stati corteggiati, racconta a Lui il sogno di un episodio avvenuto un anno prima. Un giovane sconosciuto aveva ingaggiato con Lei un gioco di sguardi ed al quale Lei si sarebbe data subito, se solo si fosse creata l’occasione. Spinto da questa confessione, Lui si intrufola, nella notte, in una villa dove donne bellissime, con indosso solo una maschera sugli occhi, sfilano davanti a uomini in mantello, anch’essi mascherati. Scoperto, rischia la vita ma una sconosciuta lo salva e si immola per lui. Tornato, stravolto, a casa trova sul suo cuscino la maschera che lui ha indossato nella notte. E‘ stato solo un sogno? I due coniugi, stremati dalle loro avventure sognate o vissute, si riconciliano ammettendo, però, che il loro “futuro non si può ipotecare”.
CHI LO HA SCRITTO
Arthur Schnitzler, classe 1862, è uno scrittore austriaco che mette al centro lo stato psicologico e i turbamenti interiori dei suoi personaggi, in maniera così eccelsa da meritarsi la stima di Freud, suo connazionale e contemporaneo e di lasciarci opere assolutamente moderne e attuali.
COSA NE PENSO
Ero solo un ragazzo quando lessi questo racconto ed alle prese con lo stesso tema del libro: la liceità o meno della trasgressione sessuale desiderata o vissuta. Quella lettura mi travolse e mi condusse verso la psicologia che divenne, da allora, una mia passione accanto a quella della trasgressione erotica della cui liceità mi continuai ad interrogare. A dare consistenza visiva al materiale onirico imprigionato nelle righe scritte da Schnitzler fu, nel 1999, Stanley Kubrick che con l’ultimo film della sua vita, Eyes Wide Shut, realizzò un modello sublime di trasposizione dalla letteratura al cinema, che nel rigoroso rispetto del testo, rende l’opera smagliante ed indimenticabile.
Pier, 12.21
LA FRASE
“A me qua mi vogliono tutti bene nel quartiere.”
Marcello, nel film
“Noi siamo quello che scegliamo. Nella vita.”
Marcello Fonte, intervista Rai
CHI L’HA DIRETTO
Matteo Garrone nasce a Roma nel 1968, in un ambiente familiare particolarmente stimolante: il padre è un critico teatrale, la madre una fotografa. Durante la scuola Matteo pratica con successo il tennis. Si diploma al Liceo Artistico e lavora per qualche anno come aiuto operatore. Infine si dedica a tempo pieno alla pittura.
La sua particolare tecnica di rappresentazione pittorica si fa preponderante a metà degli anni Novanta: nel 1996 vince il Festival Sacher organizzato da Moretti con il cortometraggio Silhouette. È l’inizio del suo successo.
DI CHE PARLA
Ispirato alla vicenda del “canaro della Magliana”, Dogman racconta la piccola vita di Marcello (Marcello Fonte, straziante: il volto ricorda la mimica allucinata di Flavio Bucci), che ha un negozio di toelettatura per cani, una figlia di dieci anni con la quale condivide la passione per le immersioni, un appartamento dove divide la cena con il suo cane, e molti amici nel quartiere.
COSA NE PENSO
“Di una bellezza agghiacciante” è la definizione del mio Socio che da mesi insiste perché veda il film. Ha ragione. Dogman è un film che azzanna, trasfigurando il degrado e l’orrore in bellezza disperata.
È un film perfetto, quasi geometrico: perfetta la scelta delle facce, perfetta la location desolata a Villaggio Coppola, perfetta la fotografia di Nicolaj Bruel, perfetta l’interpretazione di Marcello Fonte nei panni del “canaro”, vincitore della Palma d’oro a Cannes come miglior attore.
Siamo alla fine del mondo, come in una inquadratura di Ciprì e Maresco, dove i personaggi sono relitti sulle macerie di una civiltà abbandonata, seguiti e scovati dalla telecamera in apocalittiche inquadrature virate in blu.
Da vedere assolutamente. Su Raiplay.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
«Ce la caveremo, vero, papà?” Sì. Ce la caveremo” “E non ci succederà niente di male.” “Esatto.” “Perché noi portiamo il fuoco” “Sì. Perché noi portiamo il fuoco».
Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: “Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”.
CHI LO HA SCRITTO
Cormac Mc Carthy, classe 1933, lo pubblica nel 2006 e nel 2007 vince il Premio Pulitzer. Diventa un film nel 2009, due anni dopo il successo di quello dei Cohen tratto dall’altro suo libro “Non è un paese per vecchi”.
DI COSA PARLA
Un Padre e un Figlio attraversano un mondo desolato e spettrale, infestato da bande di sub umani violenti e cannibali, spinti verso il Sud dalla speranza di trovare una salvezza che appare, pagina dopo pagina, sempre più impossibile. La Madre cha aveva preferito suicidarsi, convinta che ormai si era “diventati dei morti viventi in un film dell’orrore”, rappresenta il passato dal sapore dolcissimo spazzato via dal cataclisma, mentre il futuro è affidato al “fuoco” che i due custodiscono e che sarà il lasciapassare che metterà in salvo il figlio.
COSA NE PENSO
La metafora di Mc Carthy è potente ed attualissima. Il panorama descritto è apocalittico: non solo la Natura è stata annientata ma il “vivente” ha smarrito ogni carattere di umanità. Una guerra nucleare, un disastro ambientale, una pandemia gestita in maniera divisiva e strumentale: questo è il “prima” che il libro si apra sui due in cammino, Padre e Figlio che non avranno mai un nome proprio, rappresentando la Diade elementare, l’ultimo baluardo di una umanità annientata. Dalla loro parte hanno la Speranza ed il Fuoco: ma tanto basta e basterà. Per un credente la metafora del libro è chiara e richiama ad un impegno pressante: tenere vivo il Verbo nella barbarie che ci circonda. Quando lo lessi e mi commosse fino ai singhiozzi, pensai che indicava ciò distingue il ruolo di Padre e indirizza il “cammino” di una qualsiasi paternità: la salvaguardia nel proprio figlio dell’identità umana e la trasmissione di una eredità valoriale, di un fuoco per il quale valga la pena vivere.
Pier, 12.21
LA FRASE
«I padri fondatori diedero alla libera stampa la protezione che le spetta per svolgere il suo essenziale compito nella nostra democrazia: la stampa serve chi è governato, non chi governa.»
CHI L’HA DIRETTO
Steven Spielberg è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo statunitense. Agli inizi della carriera è stato un componente del movimento che contribuì alla nascita della Nuova Hollywood degli anni ‘70, assieme a Lucas, Ford Coppola, Scorsese, Allen e Kubrick. Ha vinto due premi Oscar come miglior regista per Schindler’s List e per Salvate il soldato Ryan.
DI CHE PARLA
The Post si basa su una sceneggiatura di Josh Singer e Liz Hannah, acquisita all’asta nel 2016 dalla produttrice Amy Pascal che ha in seguito affidato la regia a Steven Spielberg, e narra la vicenda dei Pentagon Papers, 7000 pagine di documenti top secret che rivelarono nel 1971 l’implicazione in ambito politico e militare degli Stati Uniti d’America nella guerra del Vietnam.
COSA NE PENSO
Il film non racconta un’epoca passata, ma una storia che si ripete. E non solo negli Stati Uniti. L’energia è quella di un reportage di guerra, ma la regia agisce negli “interni” creando opposizioni, spazi chiusi, linee di fuga. Film traboccante di impeto e fervore, The Post avvince con l’interessamento alla procedura, ai caratteri umani pieni di intelligenza strategica, alla forza dei sentimenti, alla comunione di un gruppo di persone a operare in maniera “illegale” nonostante l’istituzione che incarnano.
Quello che il film offre di magnifico, non è soltanto la confluenza tra la lotta contro il governo e la storia di una donna che prende coscienza della sua forza, ma è soprattutto la convergenza nei due movimenti del medesimo problema: la censura della parola. La censura flagrante della “stampa” e quella insidiosa, perché sistemica, delle “donne”. La correlazione tra la voce ritrovata di una donna e la svolta che quella voce determina è la più bella lezione che la realtà potesse donare al film.
Strepitosi Meryl Streep e Tom Hanks. Da vedere assolutamente, su Raiplay.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
“Nessuno può sfuggire al proprio fallimento.”
“La realtà non mi piace più. La realtà è scadente.”
CHI L’HA DIRETTO
Paolo Sorrentino nasce a Napoli, nel quartiere del Vomero, nel 1970.
Regista, sceneggiatore e scrittore italiano, ha diretto il film premio Oscar come miglior pellicola straniera La grande bellezza, ha realizzato This Must Be the Place, suo primo film in lingua inglese, e Il divo. È anche l’autore del romanzo Hanno tutti ragione, classificato terzo al Premio Strega.
DI COSA PARLA
Il film, autobiografico, è incentrato su Fabietto, un adolescente che conduce una vita tranquilla a Napoli con la sua famiglia, impegnato tra lo studio delle lettere classiche, i pranzi con i parenti e l’ammirazione per il suo idolo Maradona. A recidere questa serenità arriva un evento tragico, destabilizzante e faticoso da accettare, che darà al protagonista spunti da cui ripartire e nuove strade da percorrere per il suo futuro.
COSA NE PENSO
Film intimo, magico ed essenziale sui legami, sulla famiglia, sull’identità e sull’elaborazione del lutto, ma anche un racconto incredibilmente vivido di Napoli e della sua anima. Film dai codici prettamente partenopei, a volte apparentemente inaccessibili.
La tensione tra commedia e tragedia funziona, con risate sguaiate che si alternano a momenti di grande intensità. “Che tien’ a guardà? Facc ‘e cazz!”: il film è più o meno tutto in questa battuta. Una frase spontanea, pronunciata da due fratelli e un gruppo d’amici dopo la notte più devastante della loro vita.
Un insulto che si scioglie in una risata disperata, lancinante, che squarcia lo schermo, tanto è contagiosa. Una risata che spiega cos’è la vita: un morso, direbbero a Napoli, perché è rapida, netta, e poi finisce. E quindi tanto vale ridere di quant’è ingiusto il mondo, ridere del dolore, e quando le lacrime sono finite, non resta che ridere per ritornare alla vita.
Lezione che si impara ovunque? No, meglio se nasci a Napoli, oppure hai la fortuna di avere il tuo migliore amico che ci ha vissuto una vita.
Da vedere assolutamente, su Netflix.
Ernesto,1.2022

LA FRASE

Dopo la morte di mio padre non volevo altro che la felicità di mia madre. Che uomo sarei mai se non aiutassi mia madre?

CHI L’HA DIRETTO

Jane Champion, classe 1954, neozelandese, prima donna a vincere la Palma d’Oro nel 1993 con Lezioni di Piano per il quale vinse anche l’Oscar per la sceneggiatura. Ha presentato “Il potere del cane” a Venezia dove ha vinto la Palma d’Argento. Ai Golden Globe 2022 il suo film ha conquistato i premi: miglior film drammatico, regia e miglior attore non protagonista.

DI COSA PARLA

Montana 1925. Due fratelli, Phil (Benedict Cumberbacht) e George (Jesse Plemons), diversi per indole, allevano vitelli. George, mite e riservato, dopo un sommario corteggiamento sposa Rosa (Kirsten Dunst), madre di un giovane studente di medicina, Peter (Kodi Smit-Mc Phee). Phil, misogino, rude e probabilmente omosessuale, prende in antipatia Rose e ne favorisce, attraverso costanti e ripetute provocazioni, l’abuso di alcool. Phil stesso, d’altro canto, sviluppa un rapporto contraddittorio con Peter: da una parte lo schernisce in pubblico per i suoi modi effemminati, dall’altra si propone come mentore per quanto riguarda la natura selvaggia e sconfinata, i pascoli e il bestiame. Peter, allertato dalla disgregazione dell’equilibrio psichico della madre, interviene, onorando la frase iniziale a proposito dei doveri di un figlio.

COSA NE PENSO

La Champion propone un’atmosfera da film western: spazi sconfinati nei quali la natura è sfondo all’agire quotidiano di uomini a contatto con il bestiame e con la loro misoginia. Ella dirige un gruppo di attori di elevatissima qualità a dare il meglio di sé e ci accompagna, passo dopo passo, senza sbalzi di ritmo o di atmosfera verso un finale imprevedibile, drammatico e crudele. Tutto geometrico, perfetto, razionale. Il film mi è piaciuto, credo che sia meritevole di tutti gli apprezzamenti e premi che ha ricevuto e che riceverà, esprime una perfezione stilistica e un equilibrio narrativo sconosciute ai registi italici.

Da vedere su Netflix

Pier, 1.2022

LA FRASE
“Posso sapere qual’è la missione?”
“No. Tu non puoi saperlo”
CHI L’HA DIRETTO
Matthew Michael Carnahan alla sua prima regia e all’ottava sceneggiatura, dopo The Kingdom, Leoni per agnelli, State of play. La produzione è americana, il cast è arabo, la fotografia è affidata a Mauro Fiore, Oscar per Avatar. Il film è tratto da una storia vera, pubblicata in un articolo del New Yorker ed è dedicato alla Squadra della Polizia Irakena Swat Nineveh.
DI CHE PARLA.
Siamo a Mosul, terza città più popolosa dell’Irak, occupata dal 2014 dall’Isis.
E’ il 2018: in piena offensiva per la liberazione della città per la quale lottano insieme irakeni, curdi, iraniani e forse speciali americane.
Il racconto ha come protagonisti i poliziotti di una squadra speciale irakena, tutti di Mosul, con più di un motivo per sconfiggere i miliziani di Daesh.
Un poliziotto ventenne viene accolto all’interno della squadra e noi lo seguiamo per le strade, i vicoli, le case, i palazzi sventrati pieni di cecchini: con tutto l’orrore della guerra, senza un’esaltazione della violenza ma con tutta la tenerezza e l’umanità possibile, fino all’ultima sequenza che svela qual’è la missione della squadra e come essa coinvolgerà anche l’ultimo arrivato.
COSA NE PENSO
Mi sono imbattuto per caso in questo film, scettico perché pensavo fosse l’ennesimo film di guerra con gli americani buoni e arabi di qualche nazionalità cattivi di turno. Mi sono rapidamente ricreduto: il film è recitato in arabo con attori di ottimo livello (bravissimo l’interprete del maggiore), la fotografia è curatissima, le riprese ti fanno sentire lì, fra i vicoli e la morte. Il finale imprevisto e tenerissimo mi ha commosso e mi ha fatto scrivere questa recensione con l’invito a tutti a non perderlo.
Su Netflix
Pier, 1.2022
LA FRASE
“Chi sei tu esattamente? E io…Io chi sono?”
CHI LO HA DIRETTO
Florian Zeller, classe 1979 al suo esordio alla regia e autore della pièce teatrale Il padre, Premio Moliere nel 2014, da cui è tratta la sceneggiatura del film, per la quale ha vinto il Premio Oscar. Le sue opere teatrali sono andate in scena in 35 paesi: in Italia “Il Padre” allestito al Teatro Verdi di Pisa ha avuto 220 repliche in tre stagioni.
DI CHE PARLA
Il Padre, un mitico Anthony Hopkins, è affetto da demenza senile che progressivamente lo fa cadere in un perenne oblio: confonde i ricordi, le persone, i luoghi, il presente con il passato. Indicativo è che non riesca mai trovare il suo orologio: la nozione del Tempo è smarrita.
Non sarebbe il primo film che tocca l’argomento demenza senile o Alzheimer, la geniale novità di questo sta nel punto di vista narrativo. Noi vediamo ciò che il Padre vede e quindi sente, ascolta, valuta in una narrazione frammentata dentro la quale, in un’atmosfera quasi da thriller, affiorano ricordi e pensieri.
COSA NE PENSO
E’ un capolavoro. La maestria di Olivia Colman (la figlia) le fa reggere il confronto con la straordinaria prestazione attoriale di Anthony Hopkins, 83 anni, che è da antologia: il suo corpo disegna tute le diverse emozioni che attraversano il protagonista, travolto dalla confusione, aggrappato ad un senso di orgogliosa autonomia che lo fa litigare con tutte le badanti e con la figlia, ma che è preso da improvvise e travolgenti sferzate goliardiche che lo portano a ballare il tip tap. Bravo e geniale Zeller che non allenta per un secondo la presa sullo spettatore, nonostante la fissità della location e la ripetizione ossessiva di alcuni dialoghi.
Da non perdere: su Sky e sulla piattaforma Mio Cinema.
Pier, 1.2022
LA FRASE
“Se qualcuno lo attacca, Colombo scuote la testa, fissa il pavimento, ripete: “…no, no, no …”. Se viene messo alle strette, cerca di scappare via: questo rende più facile perdonarlo”.
CHI L’HA DIRETTO
Alessandro Rossetto, nato a Padova nel 1963, è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Ha studiato cinema documentario all’università di Nanterre a Parigi. Il suo primo lavoro, Il fuoco di Napoli, è stato selezionato in numerosi festival. Ha diretto “Piccola Patria” (2013) e “The Italian Banker” (2021).
DI COSA PARLA
La storia si svolge in una cittadina termale del nordest. Un ambizioso piano di recupero prevede la trasformazione di hotel abbandonati in residenze di lusso per persone anziane. Ma il progetto si ritorcerà contro gli stessi ideatori di questo piano.
COSA NE PENSO
Il ritmo di questo Effetto Domino, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro e presentato alla 76a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è un lungo e dosato respiro nel Nordest italiano. Così lungo e così dosato per svolgere al meglio una storia che è un intricato labirinto di investimenti, cessioni, trattative, lavori, minacce e, ultimo ma non meno importante, colpi bassi. Come quello di una banca che ritira un finanziamento, dopo averne erogato una parte ingente, e chiede indietro quanto già versato per un trascurabile vizio di forma.
Effetto domino non svilisce mai il suo lato concettuale, puntando sulle sfumature: quelle estetiche di una fotografia grigia e fredda, riuscita, quelle regionali tipiche di un accento da noir cinetelevisivo, e quelle musicali di una colonna sonora a volte claustrofobica, spesso funzionale al racconto.
La recitazione corale lavora per sottrazione, e quando sottrae di più spicca anche maggiormente, anche se sono molti i passaggi da spiegare. Soprattutto quando si volge lo sguardo al lato più sovrannaturale del discorso, una vita infinita che elegga il tempo a moneta.
Prova che presenta elementi di valore, è il ritratto crudo e doloroso di una tragedia economica che ha travolto molti. Anche me.
Su Raiplay.
Ernesto, 1.2022
LA FRASE
“Spegniti, spegniti breve candela! La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più nulla. È un racconto fatto da un idiota, pieno di grida e furia, che non significa niente.”
CHI LO HA DIRETTO
Joel Coen, la metà del sodalizio di fratelli più famoso del cinema, che “non avrebbe mai visto la luce se fosse stato per Ethan”. Seguendo le orme di Orson Welles, il primo regista a fare della tragedia di Shakespeare una trasposizione cinematografica, Joel Coen ha usato un sontuoso bianco e nero in un formato 4:3, si è avvalso di Bruno Delbonnel alla fotografia e della capacità tecnica della casa di produzione indipendente A24.
DI COSA PARLA
Macbeth di ritorno da una battaglia incontra tre streghe che gli predicono che diventerà Re di Scozia. Tornato al castello confida questa premonizione alla moglie che lo spinge ad uccidere subito Duncan, il re. Inizia con questo atto sanguinario la discesa agli inferi mentali di Macbeth, tra rimorsi e deliri di onnipotenza, apparizioni di fantasmi e di streghe fino alla sua morte per mano del nobile Macduff. Coen ha condensato il dramma di Shakespeare in 105 minuti ambientati in quadri essenziali, minimalisti sui quali si stagliano i personaggi che declamano i versi, in inglese antico, che compongono la tragedia.
COSA NE PENSO
Un film impegnativo per lo spettatore stretto tra la voglia di comprendere a pieno il testo, lo spiazzamento operato dalla scenografia e le continue citazioni della storia del cinema da Murnau a Bergman. Le luci, le inquadrature, i primi piani esaltano la recitazione di tutti gli attori, bravissimi, a partire da Denzel Washington a Frances Mc Dormand, straordinaria nei suoi monologhi fino a Kathryn Hunter, una veterana del teatro fisico che dà corpo snodabile e viso luciferino alle tre streghe.
E’ un’opera a metà strada tra il teatro e il cinema, senza alcun richiamo all’attualità, in cui prevale la cerebralità sostenuta da una cifra estetica di assoluto valore.
Da vedere, su Apple Tv
Pier, 1.2022
LA FRASE
“Non erano persone moderne né mio padre né mia madre. Erano figli di un’altra epoca”
CHI LO HA SCRITTO
Magda Szabo, ungherese, morta a 90 anni nel 2017, insegnante e poetessa ma è soprattutto come scrittrice che ha conquistato fama internazionale: è la scrittrice ungherese più tradotta nel mondo. Il suo romanzo più famoso “La porta” ha vinto numerosi premi ed è stato portato nel grande schermo nel 2010.
DI COSA PARLA
Iza è la figlia di Etelka e Vince i quali abitano in una cittadina della provincia ungherese, dove è nata Iza e dove, per qualche tempo, ha abitato fino alla separazione con il marito Antan. Lei, figlia unica, è una accreditata dottoressa che si è trasferita a Budapest per svolgere la sua professione, che le ha conquistato stima e rispetto tra pazienti e colleghi. Alla morte di Vince, Iza convince Etelka a trasferirsi a Budapest, in una casa moderna ed attrezzata, con lei. La “vecchia” – così verrà chiamata per tutto il libro – accetta, ma da quel momento si troverà soffocata in un quotidiano organizzato nei minimi dettagli dalla figlia, che la congela in una non-vita, finché approfitta della inaugurazione di una lapide per il marito per tornare al paese. E ribellarsi.
COSA NE PENSO
La Szabo con consumata abilità guida il lettore nella vita di Iza: ne scopre il perfezionismo esasperato e l‘assoluta freddezza d’animo nonostante svolga la professione medica con ottimi risultati. Il rapporto tra le due donne, il loro conflitto generazionale, lo scontro tra modernità e arretratezza celano il nucleo vero del libro. A condurci in questa progressiva scoperta sarà il personaggio di Antan e i suoi dialoghi con lei: Iza organizza e programma nei dettagli la vita delle persone cha ha accanto, non tenendo in conto dei loro veri bisogni, della loro umanità. Iza non ha amore da dare e, quindi, non ne riceverà. E’un libro che ti entra dentro, fatto di dialoghi e monologhi potentissimi, che risuona con le esperienze della tua vita e ti lascia senza fiato. Bellissimo.
Pier, 1. 2022

LA FRASE
“Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire”.
CHI L’HA SCRITTO
Terzo libro di Elena Ferrante, dopo L’amore molesto del 1992 e I giorni dell’abbandono del 2004. La figlia oscura, uscito nel 2006, è diventato un film diretto da Maggie Gyllenhaal, al suo esordio alla regia, interpretato da Olivia Colman, nelle sale a marzo.
DI COSA PARLA
La Ferrante ci propone alcuni dei temi a lei cari, già presenti nei suoi primi libri e che troveranno un pieno sviluppo nella quadrilogia de L’amica geniale: il rapporto fra donne, la trasformazione dell’identità femminile nella gravidanza, i turbamenti propri della maternità, la relazione tra madre e figlia, la napoletanità. Leda, la protagonista, insegna letteratura inglese, ha 48 anni e due figlie di 24 e 22 anni ed è divorziata da tempo. Lasciata sola dalle figlie, che hanno raggiunto il padre in Canada, parte per un paesino della costa ionica. Lì sulla spiaggia viene incuriosita da una giovanissima madre, Nina e dal suo rapporto con la figlia, Elena, che passa tutto il tempo a giocare con una bambola. Le osserva attentamente finché riesce ad avvicinarle: questo incontro le farà rivivere il suo rapporto turbolento con le figlie quando erano dell’età della bambina. Presa nel vortice delle sensazioni e del malessere riproposto dai ricordi compie un gesto “opaco” per il quale si pentirà rapidamente.
COSA NE PENSO.
Concita De Gregorio scrisse “Una madre lo sa” nella quale smentiva, sulla base di storie vere di “madri”, il cliché più diffuso della Madre: tutta pazienza-perseveranza-abnegazione. No, esistono turbamenti anche molto violenti che attraversano “ogni” madre nel rapporto con i propri figli, spesso negati anche a sé stesse per sfuggire ai sensi di colpa e non incorrere nella riprovazione sociale. La Ferrante nel romanzo affronta questo tema che, grazie alla sua capacità di tirare dentro la storia il lettore, coinvolge e lascia turbati e attoniti.
A me il libro è piaciuto molto e lo consiglio vivamente.
Pier, 2.2022

LA FRASE

“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri.”

CHI LO HA SCRITTO

È l’ultimo libro di Elena Ferrante, pubblicato nel 2019 e che diventerà una serie targata Netflix, a breve sui nostri schermi.

DI COSA PARLA

È il diario di Giovanna dei suoi anni adolescenziali, durante i quali la sua vita viene sconvolta: i genitori, entrambi insegnanti, si separano dopo che è stata scoperta la relazione fra il padre Andrea e Costanza, moglie di Mariano, un carissimo amico di infanzia del padre. Le due famiglie, erano solite frequentarsi abitualmente, cosicché­­­ Giovanna era cresciuta con le due figlie della coppia, Angela e Ida. Ma a sconvolgere Giovanna, ancora prima e ancora di più della stessa separazione è una frase del padre, origliata da Giovanna, nel quale egli accenna alla bruttezza della figlia e alla sua somiglianza con la propria sorella Vittoria con la quale aveva da tempo chiuso ogni rapporto. Mossa dalla impellente curiosità di conoscere la zia, conoscerà un mondo molto diverso da quello, signorile e affettato, nel quale era cresciuta. Seguiranno scoperte e incontri, delusioni e amarezze, fino alla irrevocabile decisione di “diventare adulta”.

COSA NE PENSO

L’incipit del libro è in quella frase riportata tra virgolette, alla Ferrante, capace di prendere per il bavero il lettore e buttarlo tra le righe della storia. Piano piano, però, la lettura diventa faticosa, la storia è prevedibile, le atmosfere ricordano troppo quelle de L’amica geniale, il finale è triste. Finale? Se lo fosse davvero questo libro sarebbe, oltre al peggiore di quelli scritti da Elena Ferrante, anche incompiuto e approssimativo. Siamo all’inizio di una nuova saga, dunque: per i fan della Ferrante c’è da augurarsi che nel prosieguo riacquisti quel fascino nell’ambientazione e quella capacità descrittiva dei personaggi che hanno sancito il successo mondiale della precedente.

Pier, 2.2022

 

LA FRASE
“La parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo. Non a caso qualcuno ha definito il ridicolo come il sublime a rovescio”.
CHI LO HA DIRETTO
Mario Martone, classe 1959, si è dedicato al teatro, come autore, come regista e come fondatore di compagnie teatrali, animando per moltissimi anni la scena italiana. Il suo primo lungometraggio è del 1992 Morte di un matematico napoletano per il quale vince il Nastro d’Argento a Venezia, nel 1995 presenta, a Cannes, L’amore molesto dal romanzo di Elena Ferrante con il quale vince il Davide di Donatello. Firma numerose regie di spettacoli teatrali e di opere liriche e per 10 anni dirige il Teatro Stabile di Torino. Ha diretto Come credevamo, Il giovane favoloso e una trasposizione moderna de Il sindaco del Rione Sanità.
DI COSA PARLA
Eduardo Scarpetta, grande uomo nel teatro ma laido, egoista, accentratore in famiglia, osannato dal pubblico e dalle donne a lui devote, dalle quali ha avuto una moltitudine di figli, all’apice della sua fama, sfida, per superficialità o per narcisismo, Gabriele D’Annunzio, con una parodia de La figlia di Iorio, un dramma del poeta abruzzese. Questi lo denuncia per plagio e per la prima volta Scarpetta viene contestato, in scena, da una parte del pubblico e dai suoi colleghi autori e artisti. Finisce in tribunale per plagio. A difenderlo sarà Benedetto Croce, ma da quella vicenda, Scarpetta, sebbene assolto, uscirà distrutto e lascerà le scene.
COSA NE PENSO
213 minuti di scene di recite teatrali e di vita familiare, appesantiti dai sottotitoli, nonostante la bravura degli attori mi hanno lasciato stremato. Forse si sarebbe potuto tagliare qualcosa, ma questo non è nelle corde di Martone che ha preferito la fedeltà nella ricostruzione dettagliata dell’ambiente familiare e di quello del teatro napoletano dell’epoca, piuttosto che concentrarsi sullo scontro tra le due concezioni dello spettacolo e dell’arte e in definitiva tra due mondi lontani e incomunicabili. La frase iniziale è di Benedetto Croce.
Pier, 2.2022

LA FRASE
“… luce degli occhi miei, lievito del sangue mio, com’è possibile …?”
CHI L’HA SCRITTO
Pietro Di Donato (1911-1992) è stato uno scrittore e muratore americano noto soprattutto per il suo primo romanzo, Christ in concrete, pubblicato nel 1939 e definito “uno dei più grandi romanzi proletari di tutti i tempi” dalla critica contemporanea.
DI CHE PARLA
Cristo fra i muratori (Christ in concrete – Cristo in calcestruzzo) racconta la vita e i tempi del padre dell’autore, il muratore Geremia, ucciso nel 1923 in un crollo edilizio.
COSA NE PENSO
Cristo fra i muratori è un tesoro dimenticato. È un giudizio, un dito puntato contro lo splendore americano. Contro i miti di progresso, contro il liberismo e la politica del consumo sfacciato. Nella sua caldarella Di Donato impasta sostanze eterogenee e sulla carta incompatibili, assemblando echi evangelici con grumi di dialetto nostrano, calcinacci di un inglese da strada e detriti di parlate di ogni dove. Il risultato è una full immersion di fortissimo impatto nei meandri di quel laboratorio umano a cielo aperto in cui lavoro fa rima con sfruttamento, salario è sinonimo di fame e sei costretto a disinfettarti con l’urina le piaghe su mani e schiena, assistendo inerme alla mattanza di cantieri-lager in cui puntualmente vedi morire o invalidarsi parenti stretti e l’amico più caro. Forse non si tratta di un libro comunista, anche se Dmytryk avrebbe dovuto pensarci due volte prima di adattarlo per il cinema, ma sicuramente è un libro proletario, operaio. Racconta di come a costruire il progresso fossero il sangue e i calli di chi non lo avrebbe mai visto. In Italia l’ultima edizione degna di nota di Cristo fra i muratori risale al 1971 (Oscar Mondadori, traduzione di Eva Amendola, madre di Giorgio), e poi è stato ripescato dalla piccolissima Textus nel 2014, per la nuova traduzione di Sara Camplese, non all’altezza della prima, pur molto lirica, e con l’introduzione di Fausto Bertinotti. Insomma, forse varrebbe la pena di andare a cercarlo, se non altro per farsi un’idea di quanto il tempo che passa non ammorbidisca le cause.
la Recensione del Blog per il 14 FEBBRAIO 2022
di Guido Costolo
I VERSI. Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata. Infinita letizia della mente candida! Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio. (A. Pope)
CHI L’HA DIRETTO: Michel Gondry, nel 2004; gli interpreti principali sono Kate Winslet (Clementine) e Jim Carrey (Joel); Oscar per la sceneggiatura originale.
DI CHE PARLA. Nella sala d’attesa di una clinica, la Lacuna Inc., sono presenti persone che hanno subito una qualche perdita, un lutto, una brutta esperienza e cercano un modo per non provare più dolore. La Lacuna, nel giro di una notte, garantisce di cancellare totalmente dalla mente l’oggetto del disagio e al tempo stesso di occuparsi anche delle tracce fisiche di chi si vuole dimenticare (foto, ecc.). Clementine decide, dopo un brutto litigio con Joel, di por fine alla loro relazione di due anni e si rivolge alla clinica. Quando Joel lo scopre fa lo stesso, ma mentre è attaccato alla macchina cancella-ricordi qualcosa va storto. Lui capisce di non volerla dimenticare e cerca di reagire, ma il meccanismo è irreversibile. Il giorno di San Valentino i due si incontrano nuovamente, come perfetti sconosciuti. Si innamoreranno di nuovo?
COSA NE PENSO: Il titolo italiano è fuorviante e induce a pensare che una bella storia d’amore, particolare e finalmente non banale, sia una classica commedia di Carrey prima maniera, con l’intenzione di attirare maggior pubblico. I due attori, al contrario, qui si sono scrollati di dosso i ruoli che li avevano ingabbiati. È una storia che va ricostruita con gli spezzoni dei ricordi di Joel, richiede attenzione, commuove e diverte allo stesso tempo ed è piacevole (obbligatoria?) una seconda visione per comprenderla meglio avendone gli elementi. Varrebbe la pena vivere un grande amore pur sapendo sin dall’inizio che finirà male? Il dolore di una morte può essere mitigato dai ricordi dei momenti più belli o è meglio cancellare tutto? Insomma: è il viaggio la cosa più importante, o la meta?
Guido, 2.2022

La tragedia di Shakespeare ha avuto numerosi trasposizioni nel cinema: 8 solo nel cinema muto, più altre 9 – compresa l’ultima firmata Joel Coen – nel cimena recente. Si sono misurate con Shakespeare, tra gli altri, Orson Welles, Akiro Kurosawa, Roman PolansKi e più di recente Kurzel e Coen.
Guido Costolo ha curato questa recensione del film firmata Justen Kurzel
I versi: Io ho allattato, conosco la dolcezza del bimbo che ti succhia il seno: ma se avessi giurato quel che tu hai giurato, anche nell’attimo in cui mi sorridesse, staccherei la mammella dalle sue gengive e gli fracasserei la testa.
Chi l’ha diretto: J. Kurzel, nel 2015; gli interpreti principali sono Michael Fassbender e Marion Cotillard; è stato un flop al botteghino, ma apprezzato dalla critica.
Di che parla: il film si apre con una scena non presente nel testo shakespeariano: il funerale del figlio di Macbeth. Il regista si basa sui versi di Lady Macbeth riportati sopra, dai quali si potrebbe intuire una maternità. In effetti, in questa versione sono i giovani eredi ad essere sempre in primo piano: Malcolm, i figli di Macduff, ma soprattutto Fleance, il figlio di Banquo. Va ricordato che Shakespeare scrive l’opera con intenti legittimativi a favore di Giacomo I, successore di Elisabetta I, che sarebbe discendente di Fleance: sovrano per natura e divinità, sfuggendo ai giochi del potere e della follia (innaturale).
Cosa ne penso: il tono di voce basso dei personaggi rende i versi più simili al parlato che al recitato, più naturali. I monologhi diventano dialoghi: hanno sempre una controparte, parto della follia o reale che sia, e contribuiscono a spiegare meglio quanto accade. L’ambientazione, scarna, è corretta. Il Macbeth storico (un buon re) vive nella Scozia dell’XI secolo prima che i Normanni portino cavalli da battaglia e castelli (sempre anacronistici!), per cui scontri a piedi, sporcizia, freddo e capanne in legno filologicamente accurati. Il tutto è sempre accompagnato da fiamme, fumo o nebbie che lo rendono visivamente inquietante ed emozionante. La troppa crudeltà percepita è quella dell’epoca: Macbeth e consorte non compiono nulla di strano. Il criminologo Manuel Eisner ha contato le morti violente tra 1513 sovrani europei: a fronte dei 90 morti in battaglia, ben 219 vengono assassinati. Perché allora, la follia? Lui tentenna, lei lo sprona al delitto: che si senta in colpa per non potergli dare un nuovo erede?
Guido, 2.2022
Una Recensione di Filippo Zanini
I VERSI.
“Sono il peggior nemico di me stesso, eppure mi devo amare”
CHI L’HA DIRETTO:
diretto da Lorraine Lévy, classe 1964, francese ed ebrea di nascita, laica, con Jules Sitruk e Mehdi Dehbi. Uscita al cinema il 14 marzo 2013.
DI CHE PARLA:
film ambientato in Israele, racconta la storia di uno scambio di neonati. Joseph che vive a Tel Aviv dopo una visita medica scopre che non è il figlio biologico dei suoi genitori. Yacine il vero figlio è invece palestinese, studente di medicina a Parigi. I due ragazzi iniziano a frequentarsi, fino a quando non decidono di entrare l’uno nella vita dell’altro.
COSA NE PENSO:
questo film partendo da una situazione in qualche modo drammatica, vuol parlare della situazione Israele/Palestinese. Mi ha colpito molto perché attraverso queste immagini il regista è riuscito a far capire la situazione assurda che si sta vivendo in questo territorio.
Filippo, 2.2022
LA FRASE
“… la vita è un lavoro da sbrigare …”
CHI L’HA SCRITTO
Vitaliano Trevisan (Sandrigo, 12 dicembre 1960 – Crespadoro, 7 gennaio 2022) è stato uno scrittore, attore, drammaturgo, regista teatrale, librettista, sceneggiatore e saggista italiano. Nato nel 1960 è morto suicida il 7 gennaio 2022.
DI CHE PARLA
La vita dello scrittore e ancor prima geometra, manovale, gelataio, magazziniere, lattoniere Vitaliano Trevisan. Una storia lavorativa che prende il via all’alba dei suoi sedici anni e che si intreccerà con la vita privata dell’autore. Il tutto unito alla scelta di inseguire il sogno di diventare scrittore e di sbarcare il lunario alla ricerca di un lavoro, qualunque esso sia.
COSA NE PENSO
Cosa ci spinge a lavorare? Vitaliano Trevisan di Cavazzale, Vicenza, trova nell’acquisto di una bicicletta da uomo la sua prima risposta. A sedici anni viene invitato nella fabbrica di un amico di famiglia per guadagnarsi il denaro sufficiente per acquistare l’agognato mezzo, nel frattempo cullando il sogno di diventare scrittore.
Alla fine l’analisi lavorativa di Trevisan risulta fredda, ma non certo distaccata, a ogni momento di desiderio di essere parte della macchina produttiva si alternano disillusioni nei confronti di colleghi, dei capi reparto e dei capi ufficio, aziende e società solcate dal desiderio di potere e denaro, che risulta essere la sola, o quasi, forma di appagamento.
Ho smesso di chiedermi perchè opere come questa ricevano un’attenzione blanda da parte dei lettori e, ancor più colpevolmente, dei critici e dei recensori (gli stessi che ciclicamente si lamentano della morte del romanzo italiano, quando gli basterebbe leggere di più senza farsi condizionare da uffici stampa e relazioni di comodo). Mi limito dunque a esortarvi a leggere Works, a confrontarvi con i temi cruciali che affronta e con lo stile di Trevisan: che non si riesca in qualche modo a reagire all’inconsistenza letteraria che ci attornia e, perché no, persino a smuovere il pantano al quale ci siamo abituati, quello della corruzione, del malcostume, della rassegnazione.
Ernesto, febbraio 2022

LA FRASE

“È gente che alla testa sua gli chiede soltanto di fargli il piacere di starsene sopra le spalle per appoggiarci il cappello quando arriva qualche parente in vista.”

 

CHI L’HA DIRETTO

Ascanio Celestini è nato e cresciuto a Roma; figlio di un restauratore di mobili del Quadraro, e di una parrucchiera, di Torpignattara, trascorre la sua gioventù nel quartiere periferico di Casal Morena. Dopo gli studi universitari si avvicina al teatro collaborando, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo. Ascanio Celestini si dichiara esplicitamente ateo e promuove l’ateismo come posizione filosofica sul tema della religione.

DI COSA PARLA

È la storia di Nicola, che per 35 anni ha vissuto in manicomio, a contatto con coloro che lui preferisce chiamare “santi” invece che matti. Ripercorrendo la storia del protagonista sin da bambino, il film mostra uno spaccato della condizione di vita dei malati mentali in Italia, a partire dai “favolosi” anni Sessanta, fino a giungere ai giorni nostri, nei quali il mondo interno dell’Istituto nel quale vive Nicola non è poi così diverso da quello all’esterno.

COSA NE PENSO

La Diversità esiste. Esiste quella di Pasolini. Esiste quella di Fassbinder, quella dei personaggi di Werner Herzog, quella di Cronenberg. E c’è quella di Ascanio Celestini, un’altra Diversità con la D maiuscola. Diversità tenera e allo stesso tempo sulfurea, che prende avvio dall’infanzia, in un quadro familiare disastrato. Padri prepotenti e madri assenti. Maschi arroganti, violenti, assassini, e madri completamente schiacciate. Nemmeno le nonne, nate, cresciute e rimaste vecchie, possono salvare nessuno. La pecora nera è un film che fa male: s’inizia con un pizzico di fiducia. Ci si illude che la battuta, la parola di Ascanio Celestini, sia riuscita ad aprire un varco nella pazzia del suo personaggio. Invece più si va avanti nella vicenda, più tutto si sgretola. Nicola non lavora nel manicomio. Nicola è rinchiuso nel manicomio. Nessuna redenzione. Nessuna catarsi. Solo il silenzio.

Da vedere, su Raiplay.

Ernesto 2/2022

Una Recensione di Pier
LA FRASE “Non erano più giovani, era quello il fatto. Continuavano a ripeterselo a vicenda come non riuscissero a crederci.”
CHI L’HA SCRITTO Elizabeth Strout, classe 1956, ha vinto con questo libro il Premio Pulitzer (2009). Il libro strutturato in 13 racconti è diventato una miniserie televisiva (HBO, 2014 e SKY 2015) grazie a Frances McDormand che ne ha comprato i diritti, ha fatto da produttore esecutivo e ha contribuito a scegliere il cast, riservando a lei stessa l’interpretazione (magistrale) di Olive.
DI COSA PARLA I racconti sono ambientati nel Maine, nella città immaginaria diCrosby: sull’oceano,con la case di legno sulla baia come nelle tele di Hopper. Come nel giuoco “dell’unire i puntini per vedere il disegno” nei diversi racconti si delinea e si approfondisce la figura della protagonista e si offre uno spaccato della gente che ci abita e di tutto quello che può accadere nei 25 anni nei quali il libro è spalmato: amori, gelosie, tradimenti, dicerie, pettegolezzi, morte, matrimoni e divorzi, vicende dalle quali emergono i personaggi che compongono il mondo di Olive e del marito Henry interpretato con bravura da Richard Jenkins nella serie televisiva.
COSA NE PENSO Mia moglie, guardando la serie, afferma che io ho lo stesso temperamento di Olive: scorbutica, tagliente, rude, sgraziata, sarcastica, con un umorismo incomprensibile, generosa, pronta ad aiutare gli altri, senza fronzoli ma con innumerevoli risorse, che non ama stare in mezzo alla gente, preferendo il dialogo sempre serio con una persona alla volta. Ne sono lusingato. Il libro è scritto magistralmente: appassiona, qualche volta diverte, ma tocca sempre il profondo del lettore attraversando i grandi temi della morte, della vecchiaia, della nostalgia, dell’amore, dell’incomunicabilità tra generazioni. E dell’attrazione fisica a tutte l’età perché è proprio quel “sentire” tardivo che fa dire ad Olive ciò che tutti dovrebbero sapere fin da quando sono giovani e belli: “che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro”.
Da leggere assolutamente.
Pier, 2.2022

LA FRASE „Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo“
CHI LO HA SCRITTO. Anna Maria Ortese nata a Roma nel 1914 si stabilisce nel 1928 a Napoli. Autodidatta ha pubblicato racconti, poesie, saggi e sei romanzi. La morte dei genitori la costringe a girovagare per l’Italia (Pietro Citati, suo estimatore, la definirà “zingara sognante”) accompagnata dalla sorella Maria con la quale convive. Tra il 1945 e il 1950 collabora con la rivista Sud, un cenacolo di intellettuali napoletani con i quali aprirà una feroce polemica nel racconto “Il silenzio della ragione” che conclude il libro, pubblicato per la prima volta nel 1953, e che determinerà la rottura di ogni legame con loro e l’abbandono della città.

DI COSA PARLA Il libro si compone di cinque racconti scritti con intensità e trasporto assoluto. Il suo scrivere, come dirà un critico, “gronda il sangue dei vinti, dei piccoli, dei senza voce” protagonisti del libro, sempre oscillanti tra miseria, abiezione e slanci di umanità e di generosa solidarietà. E nell’ultimo racconto chiama a coerenza gli intellettuali di sinistra che favoleggiano di un riscatto ipotetico meridionale ma che sono fisicamente, intellettualmente e politicamente distanti dalla Napoli “vera” uscita dal dopoguerra in una situazione di indigenza e di abbruttimento fisico e morale e che in tale stato permane all’alba degli anni cinquanta.

COSA NE PENSO Ho ammirato la scrittura della Ortese e lo sguardo impietoso e amorevole con il quale descrive quella Napoli che vive sui cartoni e nelle “grotte” scavate in palazzi fatiscenti, senza servizi di alcun genere e che non è bagnata dal mare che, all’opposto, fronteggia le case dei ricchi del lungomare. Ho conosciuto pezzi di quella stessa Napoli ancora a metà degli anni settanta ed è per questo che ho amato questo libro e mi sono commosso più volte leggendolo, consapevole della verità della sua amarissima denuncia.

Da ascoltare in audiolibro letto da Iaia Forte.

Pier, 3.2022

LA FRASE “Dicono che tutto è scritto e non si può cambiare niente. Sono Momò e sono orfano e voglio cambiare tutto.”

CHI LO HA SCRITTO Romain Gary pubblicò il libro nel 1975 con il nome di Emile Ajar. Ebbe un immediato successo di pubblico e  vinse il prestigioso Premio Goncourt. La critica salutò con toni trionfalistici il suo autore, sconosciuto: la stessa critica che aveva decretato, solo poco prima, la crisi irreversibile di Gary già vincitore del premio Goncourt per “le Radici del cielo” nel 1956 e autore, tra gli altri, di “La promessa dell’alba” (1960), l’Educazione Europea (1944). Gary è lo pseudonimo del lituano Roman Kacev, classe 1914, morto suicida nel 1980.  Dal libro è stato tratto nel 2020 un film non all’altezza del libro, sebbene ottimamente interpretato da Sophia Loren.

DI COSA PARLA. Il romanzo è ambientato a Belleville, nella periferia parigina, abitata in stragrande maggioranza da immigrati e popolata da figure iconiche: prostitute, magnaccia, travestiti, persone che si arrangiano per sbarcare il lunario. In questo milieu cresce Momò, approssimativamente di dieci anni di età, orfano e preso in custodia da Madame Rose, ex prostituta e sfuggita per miracolo alla morte ad Auschwitz, che vive ospitando figli di genitori raramente conosciuti. Il libro è il racconto autobiografico, immaginifico e poetico, di Momò, scritto nel modo nel quale come potrebbe scriverlo un bambino di quella età di origini arabe, che vive e parla di un’integrazione culturale, linguistica ed esperienziale straordinaria e del profondissimo rapporto di amore costruito nel tempo con Madame Rosa. Una narrazione fluida, fatta di tantissimi episodi, che trascina il lettore fino all’ultimo rigo dell’ultima pagina.

COSA NE PENSO Bellissimo. Lo farei leggere nelle scuole e discutere nelle classi perché è la più viva e poetica espressione di una umanità senza confini e diversità, attraversata da una gamma variopinta di emozioni e miracolata da gesti e comportamenti solidali e amorevoli, che lasciano il lettore davvero “in uno stato di grazia”.

Pier, 3.2022

La frase: e lei entra, nuda, le sue rughe belle come arcate…
Chi l’ha scritto: Eskhol Nevo (Gerusalemme 1971)
Di che parla: è un racconto plurale, divertito e divertente, sulle conseguenze oblique dei desideri dei vari protagonisti. L’innesco è dato da una perdita e dal bisogno di surroga che ne deriva. Dal lontano New Jersey, Geremia Mendelshtrom disancorato dalla morte della moglie, decide di riconnettersi a un’appartenenza spirituale e geografica, finanziando la costruzione di mikveh (un bagno rituale) nella Città dei Giusti, in Israele. Per il destinatario della donazione, Avraham Donino, sindaco in scadenza, è un’occasione da cui trarre vantaggio per la propria rielezione, insieme all’arrivo di nuovi immigrati russi che ha tenacemente richiesto, per anni, alle autorità statali, affidando alla prevista trasfusione di forze ed energie vitali, anche la segreta e personalissima speranza di incontrare un nuovo amore sensuale, volitivamente slavo. Intersecano queste traiettorie le storie di un capomastro palestinese, il cui nome Naim è sempre convertito nell’egemone ebraico Noam, con la pacifica passione dell’ornitologia e un incoercibile impulso al viaggio, e quella classica dell’amore tormentato tra Moshe Ben Zuk, braccio destro del sindaco, e la seducente e anticonformista Ayelet. Due persone, queste ultime, in tensione continua tra gli imperativi del corpo e quelli della fede e delle convenzioni sociali. Lo sviluppo è, a tratti, esilarante: una commedia degli equivoci cui fanno da contrappunto riflessioni intime e universali come il concetto di «trasgressione a fin di bene» esplorato da Ayelet, o la tensione erotica che, magicamente, promana dal mikveh a rallegrare i giorni ormai non troppo numerosi dell’anziana comunità.
Cosa ne penso Ho incontrato con “Soli e perduti” la scrittura lieve di Eshkol Nevo e l’ho subito amata per l’intonazione ironica nel trattare temi profondi, tipica della tradizione letteraria ebraica, declinata con peculiare gentilezza. Posso immaginarmelo mentre scrive con un sorriso accennato e l’occhio umido, cercando, con compassione, di non infierire sui personaggi. Né su chi legge. Con mite efficacia.
Iaia, 4.2022
LA FRASE
Israel (Giorgio Tirabassi): Signore e signori, l’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra!
CHI L’HA DIRETTO
Gabriele Mainetti, romano classe 1976, attore, regista, produttore e compositore. Conosciuto al grande pubblico grazie al suo primo lungometraggio “Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) prodotto dalla casa di produzione da lui fondata, che ha incassato più di 5 milioni al botteghino, ricevuto una entusiastica accoglienza dalla critica e vinto sette statuette ai David di Donatello 2016. Nel 2021 sempre con la Goons Film realizza “Freaks out” scegliendo con cura gli attori giusti nelle varie parti: Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Franz Rogowsky, Giorgio Tirabassi e Aurora Giovinazzo.
DI COSA PARLA
Nel mezzo della Seconda guerra mondiale, un gruppo di 4 circensi uniti come fossero una famiglia vengono divisi dalle deportazioni naziste nei confronti degli Ebrei! Un film che tra magia e verità ripercorre la tragica storia della Seconda guerra mondiale! Per le strade di Roma si dà vita a questa storia! Con partigiani italiani e soldati tedeschi. Un modo particolare di rivedere questo orrore….
COSA NE PENSO
A me è piaciuto. Secondo me questo film riesce a riproporre in una chiave diversa degli orrori che l’uomo ha compiuto. Questa cosa mi affascina molto.
Filippo, 4 2022, su Prime Video e Sky
LA FRASE
“Già: chissà perché in ogni cosa riesco solo a vedere la morte?”
“Forse perché sei morto anche tu” rispose, e con le dita mi sfiorò una spalla.
Al suo tocco lieve, mi sfarinai tutto.
CHI L’HA SCRITTO
Michele Mari è nato a Milano nel 1955; è scrittore, traduttore, poeta e accademico. Il suo primo testo narrativo (L’incubo nel treno, 1964) è nato come regalo di Natale per suo padre.
DI CHE PARLA
“Euridice aveva un cane” è un volume composto da diciotto racconti straordinari, visionari e malinconici, ambientati in luoghi rassicuranti, ma carichi di segnali inquietanti. Si tratta di scene di vita quotidiana, in cui trovano spazio paura e umorismo, invenzioni irresistibili e finali imprevisti. E soprattutto i terrori e i turbamenti di ogni adolescenza.
COSA NE PENSO
Ho sempre fame di storie, brevi, folgoranti. E questo libro intenso mi sazia. C’è la parola, gestita con abilità, e c’è l’ironia, una lama sottile che mi ha trapassato, mi ha colto di sorpresa; inaspettata quanto assurda, trasforma in grotteschi racconti terrorizzanti. Ho provato terrore per alcune storie che terminano in maniera raccapricciante, merito dell’abilità dell’autore come esteta della parola.
Un invito alla lettura di questo libretto è rischioso: vale però la pena di tentare. Un racconto, uno solo. Soffermandosi su quelle parole, gustandone ogni lirismo, perversione, evoluzione. E poi una rilettura, ancora. È l’immersione quella che il libro chiede. Affondando corpo e mente nella vasca del linguaggio. Con fatica, trattenendo il fiato, scavando, strappando. Come un leggere in apnea. È perdersi in un tipo di fantastico che è fatto di mondi vicini e sovrapposti. La vita e la morte, il futuro e il passato, i vivi e i morti. Tutti schiacciati in questo presente che è sempre lo stesso. In questo mondo che ruota e che sembra immobile. In volti che invecchiano di minuto in minuto e che lo specchio ci mostra identici al passato, come vecchie fotografie dimenticate sul tavolo di una cucina abbandonata da tempo.
Ernesto, aprile ‘22

LA FRASE La novizia: “Sono alla ricerca di Dio” La Madre Priora “Dio si trova ovunque, Teresa” La novizia “Non può essere vero. Con quello che succede a Dio non importa veramente degli uomini. Se Dio ama tutti gli uomini…gli ebrei non sono veri uomini, forse?”

CHI LO HA DIRETTO Ole Bornedal, classe 1959, regista, attore e sceneggiatore danese. Questo è il quinto film e ne ha curato anche la sceneggiatura. Il film è stato realizzato con la tecnica del cross cutting suggerendo la simultaneità delle diverse situazioni che lo compongono.

DI CHE PARLA E’ una storia realmente accaduta, a Copenaghen, il 21 marzo 1945. La Germania è al tracollo ma occupa ancora la Danimarca e reprime, con arresti e torture, la resistenza partigiana. L’operazione Cartagine concordata con in partigiani ha come obiettivo di bombardare e distruggere lo Shellus. il Comando della Gestapo, nonostante in esso siano incarcerati diversi partigiani. Il raid aereo inglese raggiunge il suo obiettivo ma produce un danno collaterale tragico: viene centrata e distrutta la Scuola Francese dove al momento del bombardamento ci sono 430 bambini e 30 suore. Ci saranno 125 morti.

COSA NE PENSO Non è un film di guerra. I protagonisti sono: tre bambini, una novizia ed un gendarme della Hippo, la polizia collaborazionista ed il film è costruito sulle loro vite, relazioni, riti, angosce, il rapporto con Dio ed il senso di una Fede messa a dura prova dall’apocalisse umana provocata dalla guerra. E’ un film tremendo e spettacolare, girato con una straordinaria maestria tecnica che, grazie al montaggio, permette allo spettatore di seguire le vite dei diversi personaggi che si svolgono contemporaneamente per poi ricongiungerle e intrecciarle alla fine di tutto.

Bravissimi i 5 attori protagonisti e curatissima la recitazione di tutti gli interpreti. Il regista alterna primissimi piani e riprese con la macchina a mano creando una sensazione di tempo sospeso, confezionando un’opera profonda e struggente, di grandissimo livello per immagini, recitazione e spessore tematico.

Pier, 5.2022