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“Resta un pò con me”

Proprio stamattina, un pensiero si è impadronito della mia mente. Anzi si è estrinsecato, perché in realtà, da giorni stazionava dentro di me.

“Mio padre”
Ho perso mio padre dieci anni fa.

Aveva sessantacinque anni.

Da poco avevo partorito il mio figlio più piccolo.

Veniva ogni mattina presto a trovarmi. Mi guardava silenzioso fargli il bagnetto. Poi andava via, discreto come era sempre stato.

Ricordo che malignamente pensavo: forse non crede che quella ribelle, quella rompiballe, quella bastian contrario, possa fare la mamma!

Con mio padre ci furono fasi alterne di vita.

Amore viscerale di bambina a perdermi in quegli occhi azzurro cielo, splendidi e splendenti per me.

Odio profondo di adolescente libera nel pensiero, nelle idee, prigioniera dei retaggi di un papà meridionale.

Abbracci mentali e vaffa palesi.

E gonne troppo lunghe arrotolate appena girato l’angolo e sfuggita alla vista.

E Cenerentola a lasciare le feste quando gli altri appena vi giungevano.

E la politica estremo oltraggio.

Un mese non ci rivolgemmo la parola quando decisi di candidarmi.

E mia madre a fare da spola fra due teste lontane, consapevole da donna, che i cuori e le anime erano identiche.

E ira a stento repressa quando sedicenne dovette recuperarmi alla stazione di polizia per la protesta passiva con occupazione della pista dell’aeroporto contro l’inceneritore.

Ricordo ancora quegli occhi fiammeggianti, in cui…in fondo…molto in fondo…vi scorsi l’orgoglio e tacqui.

Gli schiaffai in faccia le mie conquiste, i miei successi. Irata dinanzi ai suoi silenzi.

Gli nascosi gli insuccessi, le perdite, la polvere quando e se la mangiai, consapevole che ne fosse comunque a conoscenza attraverso un impercettibile moto dell’anima.

E per pudore tacque lui. Tacqui io.

E lo amai quando era niente.

Lo amai incondizionatamente quando divenne albero rinsecchito nei sei mesi che il fato, un Dio burlone o misericordioso ci regalò per parlare ancora il linguaggio dell’amore nel mutismo di una malattia che gli tolse tutto, persino la dignità.

Quella dignità che io, novella Prometeo volli regalargli, mentendogli, e che nessun sacerdote assolse mai, e lo rifarei ancora forte della mia verità di figlia, a crogiolarmi nella presunzione di avere operato bene e per il suo bene.

E lo amai. Si. Quando era divenuto figlio mio e gli feci comprendere che mamma io fossi.

E non ci sono regole.
” Adesso lo capisci?”

Tre parole. Racchiuse nelle ultime lacrime con cui ci salutammo…

foto di Marina Neri

Published inAmore

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