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S. Anna. Una favola d’altri tempi

OPERA IN CONCORSO

S. Anna. Una favola d’altri tempi di Angela Scaglione

S. Anna era una località di un piccolo paese siciliano.

Il suo nome evoca pace ma, all’inizio del secolo scorso, fu anche un luogo di fatica e solitudine. I pochi contadini che hanno sudato su quei terreni avari, sono arrivati a stento a sopravvivere alla miseria, e tutti, indistintamente, se ne sono andati con la schiena curva per la troppa fatica di strappare a quella terra il necessario per sopravvivere.

Pasquale fu uno di quelli. Lottò una vita intera su quei solchi arati a mano, seminati con perizia e annaffiati con acqua raccolta dai temporali e tanto sudore.
Era rimasto vedovo a trent’anni; la moglie era morta di parto assieme alla sua creatura e lui si aggrappò a quella terra, a quel lavoro faticoso che lo sfiancava ma gli faceva zittire il dolore. Un dolore cupo, ben celato nel sorriso bonario di un uomo forte e determinato ad andare avanti. Quando conobbe Angela lesse sul suo viso giovane ma segnato, il suo stesso tormento, l’identico dolore trattenuto.

Angela aveva ventidue anni e il terremoto del 1908 le aveva portato via il marito. Due persone provate dalla vita; due solitudini che si riconoscono e decidono di aiutarsi l’un l’altro.
Pasquale, Angela e S. Anna diventano una storia, una vita trascorsa in un micro-cosmo di affetto reciproco e tanta tenerezza e attenzione verso gli altri. Non avranno figli ma, per tutta la loro vita si sono prodigati ad aiutare quelli degli altri. Assieme sempre, presero con loro una nipote rimasta orfana e fecero loro da genitori. Angela era zia della mia mamma, per me bambina fu la zia della favole, quella sua casetta linda e essenziale era la meta delle mie incursioni quando ne combinavo qualcuna. Sapevo che mi avrebbe accolta sempre col suo sorriso pacato e qualche frutto della sua campagna.
Oggi ho raccontato di loro a mio nipote e raccontando ho riflettuto su quanto abbiamo perso in termini di relazioni e affettività. Le persone, anche se vicine, stentiamo a conoscerle, barriere invisibili ci frenano e siamo diventati diffidenti. Angela teneva la porta sempre aperta, la chiudeva solo la sera quando andava a dormire.
La mattina si svegliava all’alba ringraziava Dio per quel poco che aveva ma che a lei e Pasquale bastava.
Ricordi lontani che a un bambino di nove anni sembrano favole di un tempo passato ma, per me quella località, quei campi seminati a grano, quelle due persone così vere serene, nonostante i colpi che la vita le aveva inferto, resteranno nella memoria per sempre, come una luce vivissima.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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