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Sara e Maria

Non riusciva ad addormentarsi se non l’ accarezzavo e io non riuscivo ad allontanarmi se non la vedevo addormentata.

Sara era una bambina magrissima, alta per la sua età ma così fragile da sembrare malata. Gli occhi scuri, enormi in quel visetto emaciato, parlavano per lei e non dicevano cose belle. Sembrava sempre impaurita, guardinga, e non si rilassava mai.

Dal primo giorno che la vidi, mi colpì la sua espressione, uguale a quella della madre. Due donne con i tratti tirati, come se fossero sempre all’erta.

Maria, la giovane mamma di Sara, era molto bella, di una bellezza antica, triste, come se il tempo avesse voluto darle un dono di cui lei non s’accorgeva, che non considerava affatto.

Era sempre triste ma non parlava mai dei suoi problemi anche se erano evidenti in certe espressioni e in quella postura sempre rattrappita.

Sara aveva meno di due anni e cercava aiuto senza parlare, cercava amore, tenerezza e io accettai la sfida. Ho sempre considerato facile “leggere le persone”, mi stimola sul piano relazionale, capire i volti di chi incrocia la mia vita e Sara, anche senza parlare, mi diceva molto. La madre, nell’incontro che solitamente precedeva l’inserimento, la descrisse “difficile” e questo mi confermò che Sara aveva bisogno aiuto. Nei primi giorni di frequenza al nido, cercai di avvicinarmi a lei con attenzione, le dedicai tempo e cercai, nei limiti dei miei impegni, di farle sentire la mia presenza. A quel tempo avevo carenza di personale e spesso intervenivo nei gruppi a supporto di assenze di colleghe; con Sara diventò una regola e scelsi il momento del sonno per interagire con lei. Dormiva con difficoltà, mangiava senza accorgersene e si svegliava sempre piangendo, chiari segni di agitazione e disadattamento al contesto familiare.

Le brandine dei bambini negli asili nido, sono basse e per starle vicino m’incuneavo tra due lettini, seduta sul pavimento, con la sua mano nella mia cercavo di farmi accettare da quella piccola donnina così problematica. Ho cantato di tutto, mi sono addormentata anch’io qualche volta e finalmente, un giorno mentre le accarezzavo un braccino, lei mi sorrise.

Ricordo ancora il groppo in gola che mi venne e la gioia che provai; avevo aperto una breccia, Sara sorrideva! Da quel giorno diventò la mia appendice, mi seguiva come un ombra e quando mi dovevo allontanare, bastava che le dicessi che sarei tornata per rassicurarla.

Sara mi aspettava tutti i giorni, tra le h 13,00 e le 13,30 e si addormentava, solo se l’ accarezzavo e cantavo. Ne parlai con la mamma e la sua espressione si addolcì ad ascoltare i progressi di Sara poi mi raccontò cose che mai avrei voluto sentire. Sara viveva in un ambiente di violenza domestica dove il padre imperava e stabiliva punizioni che nessun bambino dovrebbe conoscere. Mi allarmò la passività di Maria e quando le dissi di rivolgersi ai Servizi Sociali mi guardò spaventata. Dopo alcuni giorni mi chiese un appuntamento e con mia grande soddisfazione, mi comunicò che voleva fare qualcosa per i suoi figli, non voleva condannarli a quella vita.

Organizzai un incontro con la psicologa e con l’ assistente sociale e in poco tempo, con l’ aiuto di due nonni materni, veramente speciali, Maria si trasferì, con i suoi due bambini, in un ambiente adeguato e sereno. Sara la inserii alla scuola materna con un relazione ricca di progressi e capacità cognitive che aveva recuperato velocemente. Sara è stata una bambina che mi ha segnata profondamente e che ricordo sempre con nostalgia e affetto.

E’ troppo facile segnare negativamente i bambini ma chi lavora con loro non deve mai desistere. Si possono ottenere grandi risultati con l’attenzione e la “lettura” di certe facce e faccine.

nell’immagine: un’opera di Margarita Sikorskaia

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