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Sesso!

Alzai lo sguardo sentendo aprirsi la porta a vetri. Era un ragazzo con una folta capigliatura bruna con qualche ricciolo ed un paio di occhi di un nero profondo, sopracciglia marcate, naso grosso e un mento piatto con una fossetta al centro.
Avvertii una fitta al basso ventre.
Non avevo mai sentito una cosa del genere.
Trasalii e riabbassai velocemente lo sguardo sperando che lui non se ne fosse accorto.

Fece il giro di tutte le postazioni dell’ufficio, presentandosi. Si chiamava A. e veniva da una succursale di periferia, sarebbe rimasto da noi qualche mese in sostituzione di una collega in gravidanza.

Da me arrivò per ultima. Mi puntò gli occhi sul viso e vidi che erano ancora più neri e profondi di quanto mi fossero sembrati poco prima. Un lampo sornione li attraversò e un sorriso appena accennato scoprì denti bianchissimi.

Il basso ventre riprese a lancinarmi. Decisi all’istante: doveva essere mio.

A conti fatti adesso: a me il sesso è sempre piaciuto. Quando ero ragazza questa consapevolezza era più intricata, mascherata da attrazioni fantasiose fondate su un verso di canzone o su una risata allegra. Il maschio, il suo odore, il suo sguardo, le mani, il tronco erano cose che non vedevo, non notavo, non erano presenti nel mentre dicevo: Sì.

Venivano, a volte, solo dopo. Dopo un suono di chitarra o una canzone ascoltata abbracciati, dopo una carezza più spinta e le labbra che si mordicchiano e la lingua che fruga la bocca. E in quel dopo ero io a violare i limiti, a frugare nello slip cercando la verità di una natura lontana, misteriosa, attraente. E capitava che quei ragazzi dai corpi muscolosi e dalla pelle liscia, arrivati a quel punto, si divincolassero, arretrassero, confusi, arrossiti dalla voglia e dall’imbarazzo.

Invece A. non sembrava quel genere di ragazzo.

Lo studiai per qualche giorno nelle ore di ufficio, nei pressi della macchinetta del caffè, entrare o uscire dal lavoro: si muoveva con sicurezza, gigioneggiava con le colleghe aprendo tutta la faccia al sorriso, alzando un po’ il mento, come per dire: “mi hai guardato bene?”. Aveva il corpo tozzo, non era alto, aveva le dita delle mani molto grosse: tutto il suo fascino iniziava e finiva lì.

Ma il mio basso ventre continuava a gemere. Nelle frasi scambiate in gruppo captai che stava insieme ad una ragazza, naturalmente fantastica, da qualche anno.

Il gruppo di colleghi organizzò una cena in una birreria. Mi misi in tiro: ero uno schianto. Un reggiseno a balconcino faceva sprizzare i miei capezzoli sotto la camicetta aderente, tendendola, una gonna non troppo corta ma invitante (avevo imparato presto che se prevedi un petting allora quello è l’indumento migliore per qualcosa che sia almeno reciproco), un tacco robusto, una giacca sportiva che lasciasse intravedere quello che c’era sotto, un trucco misurato ad esaltarmi gli occhi, il naso perfetto e la bocca sensuale.

Non mi fu difficile staccarci dal gruppo, andare nella sua macchina (io ne ero deliberatamente sprovvista) e fermarci ad “ascoltare musica”. Lo baciai a lungo, sentii il suo corpo fremere. Ma lui si allontanò dal mio corpo, si allungò sul sedile, girò il viso chiudendo gli occhi. Non so se fosse un invito o un momento di pausa o – che so? – un ripensamento… Ma io presi la palla al balzo.

Il suo orgasmo fu lungo. Non riuscì a contenere un gemito violento e rumoroso. Sbattè le palpebre, schiuse gli occhi e mi guardò il viso, gli occhi e fissò la bocca che gli aveva dato piacere.

Da quella sera ogni volta che avrebbe guardato la mia bocca sarebbe stato il suo basso ventre ad urlare.

Scopammo a casa mia qualche giorno dopo. Mi sembrò adulto, bravo, competente. Tirò fuori il il preservativo prima di spogliarci, usò le sue dita grosse e poi mi mise su di lui senza sapere che era quella la posizione che io, a quel tempo, prediligevo.

Continuò così. Per un po’. Apparentemente non era solo sesso. Lui lasciò la sua ragazza, io ne approfittai per chiudere una storia complicata. Stavamo “insieme”: fra gli amici che divennero comuni, per telefono, con qualche regalino, un’idea di viaggio ogni tanto, la ricerca di una passione comune, frasi e parole d’amore, come di consueto.

Non mi sono innamorata di A., lui fu, per un po’ di tempo, il Sesso. Sperimentai un po’ di cose e di posizioni che con i mei tremebondi ragazzi non avevo nemmeno osato immaginare, lui continuava a lavorare bene con le dita e mi prendeva solo quando ero lì lì per godere. Durava poco ma sapeva ripetersi. Con costanza e applicazione. Alla fine ripetitivo e impiegatizio: prima di scopare ripiegava con cura sul termosifone i suoi panni mentre io, nuda con i vestiti gettati via ovunque aspettavo sotto le lenzuola gelate.

Mistero zero. Dentro quel lago nei suoi occhi non si nascondeva nulla.

Dopo qualche mese sapevo che sarebbe finita fra noi. Lo tenevo lì, per fargli fare “le cose che mi piacevano”, mentre organizzavo la mia vita, il mio futuro e mi preparavo all’amore. Quello che ti prende e che non ha gesti o parole che prevedi e dalle quali puoi difenderti.

L’Amore venne. Aveva occhi di un altro colore. Sapeva sognare. E fui sua per sempre.

 

Paul (Marlon Brando): Perché hai frugato nella mia giacca?
Jeanne (Maria Schneider): Per sapere qualcosa di te.
Paul: Se vuoi sapere qualcosa di più fruga dentro il mio slip.

la foto e le frasi sono tratte da L’Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972)

Pubblicato inAmore

1 commento

  1. Anastasia Anastasia

    Complimenti per l”autostima e per la freddezza con cui affronta il sesso,uomo o donna che lei possa essere.
    Bisognerebbe imparare ad essere cosi per rendersi invulnerabili:)

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