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Silenzio

È vero, bisogna andare a letto con la coscienza a posto.
Così, proprio così mi insegnavano i miei genitori, ma senza tante parole.
Non c’erano gride a casa mia, si sapeva quello che si doveva fare e come ci si doveva comportare. Era questione di imprinting.
Ed ecco perché era più facile di oggi prendere sonno.
Sarà che eravamo una famiglia numerosa e non c’era tempo di perdersi in chiacchiere, ma propendo per la versione secondo la quale è molto meglio dare l’esempio che filosofeggiare sulle ragioni dell’integrità.
Mio padre, imponente figura, di quelle che oggi non esistono più, dominava la cucina, fosse seduto a capotavola o sulla sua poltrona, in costante silenzio.
Avrete capito che il suo tacere era più eloquente di qualsiasi possibile discorso, e nessuno di noi avrebbe osato interrompere il filo dei suoi pensieri.
Per fortuna la mamma era più chiacchierona e burlona, ma non meno degna di assoluto rispetto.
È così che anch’io ho imparato a parlare poco, a fare i conti con me stessa più che attraverso il confronto, a volte inutile, con gli altri.
Oggi lo trovo più difficile, perché non ritrovo intorno a me l’immediatezza di intenti, quelli per cui “basta uno sguardo e ci siamo capiti”.
Bisogna invece parlare e parlare, spiegare e rispiegare, e questo spesso mi toglie le forze.
Così arrivo a sera stremata, chiedendomi se l’altro avrà ascoltato le mie parole, se avrà decifrato il messaggio, intuendo il sottinteso.
Il rischio è quello di essere fraintesi, e allora non è più così facile dormire.

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