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Sono la musica che ascolto

La musica con cui sono cresciuta era racchiusa dentro un oggetto fisico. Bisogna sottolinearlo questo aspetto, prima che cada nell’oblio del digitale. Dei pomeriggi di solitudine nella mia camera sento il rumore della plastica delle cassette, mentre i miei polpastrelli freneticamente ricercano la compilation più coerente al mio stato d’animo. Ne scelgo una, la estraggo dalla custodia, spingo il tasto dello stereo, si apre lo sportello, infilo la cassetta e play… Quei pochi secondi di attesa prima di arrivare alla musica erano il mio sabato del villaggio. Eravamo io, il mio meraviglioso mondo interiore e la capacità di quelle prime note di amalgamarsi perfettamente al mio sentire. E allora ero così profondamente esistenzialista mentre ascoltavo Wish you were here o così decisamente ribelle con le prime parole dell’intro di Civil War.
Quando poi in piena adolescenza scoprii i dischi anni ‘70 di mio padre, allora il piacere dell’attesa divenne pura estasi. La puntina appoggiata con cautela, i primi giri a vuoto e poi le note, ascoltare musica era un rituale magico. Tenevo tra le mani i dischi di De Gregori e mi sentivo così completa nel girovagare con la mente tra le sue metafore e il suo intimismo.
La musica era una cosa solo mia, la assaporavo, la canticchiavo, mi deliziavo. Il grande cambiamento c’è stato quando, con i primi concerti, ho compreso il gusto della musica come rituale di massa. Dall’esperienza intima delle quattro mura della mia camera alle urla nella folla dei concerti scrivevo la mia nuova storia.
E allora poteva essere un simpatico medley di No woman no cry con Song2 o di Karma Police con Curre curre guaglió, tutto purché la musica fosse urlata, ballata, condivisa. Nei gruppi di amici si parlava in continuazione di musica, giravano cassette con dentro la propria personale compilation come fosse un mercato nero. C’era tanta voglia di condividere, come a dire: “ciao, io sono la musica che ascolto”.
E così, infatti, sulla copertina della prima compilation che ho regalato al mio grande amore ho scritto con un pennarello verde che quella musica gli sarebbe servita a scoprire la mia vera me. Cosa che poi ha scoperto anche guardandomi urlare come una dannata durante i concerti ai quali l’ho trascinato con la forza. E mentre stringendoci io gli trasmettevo l’amore per l’effetto che fanno le parole in musica, lui mi insegnava a isolare il basso, per vivere un’esperienza ancora più completa o a lasciarmi andare a sonorità per me sconosciute come Nusrat Fateh Ali Khan o Nina Simone.
Anche alla mia prima figlia mi sono “presentata” in musica, condividendo con lei, mentre era ancora nella pancia, quell’esperienza sublime che è il concerto di Colonia di Keith Jarrett.
Della musica che ho amato in tutte le fasi della mia vita conservo quel piacere dell’attesa e quella voglia irrefrenabile di lasciarmi coinvolgere e appassionare. Sarà per questo che la piccola di casa, che è la nostra DJ, nelle playlist (perché oggi si chiamano così!) che crea per i nostri viaggi, tra una canzone in autotune e un’altra, cantate da qualche tizio con il nome che assomiglia a un vecchio detersivo o ad una targa straniera, infila ogni tanto una Notte Prima Degli Esami o un Dillo alla Luna, e poi, in complicità con la sorella, si mette lì ad aspettare il momento giusto per poter dire “eccola, mamma, che si commuove sempre!”.
Perché ogni pezzo di me che riaffiora dentro quelle prime note è un nuovo, emozionante, sabato del villaggio.

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