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Sorry teacher

Sono cresciuta in una famiglia di insegnanti, in cui chiunque anche solo per qualche mese ha dovuto gestire un gruppo più o meno scalmanato di persone che da loro doveva imparare qualcosa. Si usciva di casa tutti insieme alla stessa ora: mamma, nonne, zii e parenti tutti; e si tornava a casa a seconda dei rientri, dei ricevimenti genitori, delle riunioni interclasse, delle compresenze e chi più ne ha più ne metta. Luglio ed agosto erano mesi dedicati alla pianificazione del resto dell’anno, con qualche riunione a rompere la routine quotidiana di tanto in tanto. Le serate a correggere verifiche erano interminabili, così come le lamentele del nonno che non trovava giusto che nonna usasse il suo “tempo libero” per prepare il materiale per il giorno dopo o per controllare i quaderni di tutti i suoi studenti. Noi piccoli di casa fungevamo da tester di attività o aiutavamo nella preparazione dei campioni dei lavoretti, da cui gli alunni a scuola avrebbero copiato. Per non parlare del numero di recite a cui dovevamo assistere ogni anno. Di qui venne abbastanza scontata la mia ferma decisione, fin da piccola, riguardo ad una sola cosa nel mio futuro: da grande non farò mai la maestra! Andrò in giro per il mondo, farò altri mestieri, ma l’insegnante mai!
Passano gli anni, passano le elementari, le medie, il liceo, la laurea triennale, la magistrale, il dottorato di ricerca. Per avere un po’ di sostegno inizio a fare ripetizioni di inglese e qualche lezione di spagnolo, ché tanto non mi costa fatica e mi serve per arrotondare. Collaboro con qualche associazione locale, lavoro in qualche azienda a coprire maternità e ad occuparmi di incombenze varie. Nel frattempo mi contattano da una scuola privata e la cosa inizia a farsi un po’ più seria: inizio a fare formazione. Mi insegnano qualche metodo di didattica, tecniche di gestione della classe, come strutturare una lezione, come motivare gli studenti e come guidarli fino ad avere dei risultati concreti. Mi danno dei libri, le schede dei corsi, mi assegnano gli studenti e si parte. Senza neanche rendermi conto sono da un lato dell’aula con di fronte delle persone che da me si aspettano qualcosa che forse é un po’ di più che imparare una lingua straniera. Eppure non metto mai in discussione la mia decisione di diversi anni prima: da grande non farò mai l’insegnante o la maestra.
Avevo assistito per anni alla passione e la dedizione che i miei familiari avevano messo nel loro lavoro e mi ritrovo tempo dopo a passare le domeniche e le notti fino a tardi sui libri, sulle attività ed a pianificare lezioni per i giorni a venire, senza associare mai quello che io faccio a quello che loro hanno fatto e fanno. Passo ore ad ascoltare i miei studenti, a sentire le loro difficoltà, a trovare un modo in cui scioglierle. Mi interessano le loro storie e attraverso queste scopro molte cose del mondo che mi sta intorno. Mi stanno a cuore i loro risultati, le loro preoccupazioni e le loro passioni. Mi sono iscritta a social network che neanche sapevo esistessero prima per avvicinarmi a loro. Pur di non avere barriere fra loro e me uso le lenti a contatto piuttosto che gli occhiali e detesto quando devo tenere davanti un computer piuttosto che stampare fogli, anche se significa risparmiare carta e contribuire in piccola parte a salvare il pianeta. E mi concedo una piccola, innocente bugia – che anche loro conoscono, ma contro cui non possono fare nulla: per loro io non so l’italiano, non lo capisco. Serve un po’ per compensare la piccola bugia che dico anche a me stessa: io non sono e non sarò mai un’insegnante. Sarò la vostra confidente, vi porterò attraverso le vostre paure e con metodi divertenti a costruire i vostri pensieri in una lingua che non é la vostra. Vi farò arrivare a conoscervi come non vi siete mai conosciuti: con gli occhi nuovi di una lingua che non é quella con cui siete nati. Ma mi raccomando, io non sono la vostra insegnante! Sorry teacher!

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