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Sotto le stesse mura

Il luogo più caldo e luminoso della casa è la cucina, ormai diventata la mia stanza preferita per lavorare al computer o perdermi fra libri lasciati a metà, puzzle, passatempi creativi ripescati dal vecchio programma Art Attack. Seduta vicino alla credenza, sto scrivendo una nuova relazione per l’università, circondata da un brusio di sottofondo che mi ricorda quanto a mia madre piaccia parlare al telefono. Non so se sia la ricerca del silenzio, necessario per la concentrazione, a fami sembrare la sua voce così assordante, fatto sta che nel foglio Word le parole hanno smesso da tempo di scorrere. Finita la chiamata sento il passo strascicato di lei sempre più vicino, un breve saluto al gatto senza nessun miao di risposta, e poi mi raggiunge al tavolo da pranzo: «Giorgia, è possibile che sia oggi il cambio dell’ora? Me l’hanno appena detto, ma non mi pare di averlo sentito in tv». Controllo la data sul calendario, una scritta rossa su uno sfondo di fiorellini segna “28 marzo”. «Sì mamma confermo, lo so perché proprio oggi sarei dovuta partire per Roma».
Per un momento mi fermo a riflettere sul bel programma che avevamo organizzato io e Claudia, sorpresa di essermi ricordata del viaggio solo ora, grazie alla casualità: una gita fuori porta fra sorelle, visita ai Musei Vaticani, poi giro completo della città tra mercati chiassosi, piazze e quartieri storici, tramonti sul Tevere. Mi viene un po’ da ridere pensando che l’idea era nata proprio per festeggiare la mia laurea, ancora nei mesi invernali. “Oltre al danno, pure la beffa”, penso. Si fa strada in me quell’umorismo tragico, per l’ennesima fortuna mancata, che caratterizza da anni il nostro rapporto di sorelle: scatto una foto allo statico panorama che si vede dalla finestra, dove a farla da padrone è la linea dell’orizzonte che taglia la continuità fra campi assolati e cielo, e gliela mando con la nota “Bella Roma”. Appena due minuti dopo, un vibrare richiama la mia attenzione sul telefono. La sua risposta è un’altra foto, un cortile grande come un fazzoletto in cui spicca il suo weimaraner Sam (detto anche il cane supereroe del risparmio), e appena dietro le mura di Montagnana. “Non pervenuta”, mi scrive poi.
Mi racconta come sta procedendo la sua quarantena, un’alternarsi di azioni ripetitive in cui il massimo dello sforzo sta nel cercare di non svuotare il frigo per pigrizia, o imporsi di fare qualche esercizio per mantenere il livello di attività fisica sopra allo zero. Ricordiamo con piacere le passeggiate che nell’ultimo periodo facevamo sempre con più frequenza al Parco Fiumicello, con le sue insistenze per allungare il percorso e le mie preghiere per fermarci in piazza a prendere un gelato. «Mi vergogno un po’», le dico all’improvviso, «per tanto tempo ho desiderato vivere in una grande città, e adesso, con questa situazione, mi rendo veramente conto della fortuna che abbiamo nel vivere qui», pensando allo spazio aperto del giardino, alla bellezza della campagna, alle macchine che raramente passano per la via. La differenza di zone in cui io e lei viviamo, che nella vita di sempre non ha mai avuto importanza trovandoci a pochi chilometri l’una dall’altra, adesso sembra estrema, quasi un contrasto fra città e campagna: in un momento in cui tutto il tuo mondo sta nel perimetro della tua casa e nel limite di quello che puoi vedere oltre la finestra, ti può mancare l’espressività della natura, che fa quasi da compagna, anche se di un solo albero che si muove? Conoscendola, penso proprio di sì.
Continuo il nostro scambio di messaggi descrivendole la mia avventura della settimana, fare la spesa, essendo io la più giovane della famiglia e quindi forse la più adatta a correre rischi: «Pensavo che indossare gli occhiali da vista e scolare la pasta fosse la cosa peggiore al mondo, ma mi sbagliavo. La mascherina è ancora peggio, con le lenti appannate è impossibile trovare le monetine da dare al cassiere». «Creano una nuova prospettiva però», mi risponde lei, «impariamo a parlare con gli occhi». Decido di proporle una breve videochiamata per rendere anche nostra madre partecipe. Accetta. Mi volto verso mamma, sta leggendo una rivista con un paio di occhiali che da tempo dovrebbero essere cambiati, privi nella montatura della stanghetta destra e per questo in eterno sbilanciamento, tanto da creare un’espressione buffa anche al viso più serio. Come faccia ancora ad usarli, è un mistero. Le do il telefono in mano, la sua gioia nel vedere Claudia è coinvolgente, il tono della voce sale in picchiata, probabilmente perché mamma non sa che non è necessario urlare per farsi sentire, o forse per l’emozione. Certo non è abituata, devo raddrizzarle il telefono per farle capire che, come lo sta usando lei, mostra a mia sorella solo la porzione che va dalle labbra al mento. «Non so come si usa sta cosa», e appoggia involontariamente il dito sull’obiettivo della fotocamera interna, coprendosi. La chiamata dura poco, il tempo di scambiarsi qualche novità e raccomandarsi di stare attenti. Prima che il discorso cada in convenevoli eterni, saluto e metto giù.
Il display del telefono segna le 17:55. «Cosa mangiamo stasera?» mi chiede, sospiro e alzo gli occhi al cielo pensando a quante volte parliamo di cibo in questi giorni, per pranzo, per cena, per la spesa, tutte le ricette con le uova, come svuotare il frigo facendo una torta salata… solo cibo. «Non è un po’ presto per pensarci?». Prima che risponda, posso già sentirle dire il suo mantra “mi devo organizzare”. Il gatto intanto, con movimenti circoscritti, è riuscito a raggiungere la poltrona senza essere visto, e si distende beatamente pronto a farsi una lunga dormita. «Via da lì, tu!» urla lei, e lo insegue per il corridoio, battendo le mani. “Grazie per averla distratta, amico”.
Un altro giorno di quarantena va a concludersi.

Giorgia Miotto

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