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STORIA SENZA TITOLO

I aveva 14 anni quando è stata violentata.

Era il giorno di San Valentino, era tardo pomeriggio e fuori era già buio e pioveva. Era a casa di A, il suo fidanzato, così le piaceva chiamarlo. A era più grande di lei, aveva 17 anni e la spavalderia che solo l’esperienza o I soldi sanno darti. A li aveva entrambi, sicuramente più di lei. I era ancora una bambina, apparecchio in bocca, fascia rosa per tenere I capelli, tanti capelli. Era esile, gambe lunghe, senza seno. Goffa e impacciata. Timida, con gli occhi velati di una malinconia tipica dell’adolescenza e segnati dalle già troppe lacrime.

Si erano conosciuti ad un corso di teatro alternativo. Tra I tanti lei aveva notato lui e lui aveva notato lei, chissà poi perché. Avevano cominciato a frequentarsi insieme agli altri, all’inizio, poi il teatro era diventato una scusa per fuggire insieme. Una passeggiata, un gelato, scherzavano, ridevano. Lui la faceva ridere e lei ne aveva tanto bisogno. Poi il primo bacio, su una panchina stretti tra altre persone, sguardi che loro non vedevano. I non ne aveva dati molti prima, lui sembrava avere molta più dimestichezza. Continuarono a baciarsi, baciarsi soltanto per diversi mesi. Le mani erano ferme, ancorate al proprio spazio. Frementi di scoprire ciò che ancora non conoscevano ma bloccate dalla paura, dal terrore di essere scaraventate aldilà dell’innocenza, in un luogo da cui non si torna più indietro. Di tanto in tanto A provava a fare un passo in avanti, forse ne aveva già fatti molti senza di lei ma I non era ancora pronta a muoversi dal suo essere sostanzialmente ancora una bambina. Non aveva coscienza del suo corpo. Ancora sbagliava a mettersi gli assorbenti e puntualmente si sporcava I vestiti. Si toccava qualche volta. Immaginava di essere grande, bella, sicura di se, di essere amata con lentezza, con dolcezza e rispetto.

Il giorno di San Valentino A l’aveva invitata a casa sua, I suoi genitori e suo fratello non ci sarebbero stati e loro avrebbero potuto vedere un film e mangiare patatine. Lei era arrivata presto, aveva portato un regalo avvolto in una carta rossa. Quanto avrebbe pensato, in seguito, a quel pacchetto. Alla cura che aveva messo nel prepararlo, all’ansia del vedere la sua reazione, all’eccitazione di riceverne uno anche lei, per la prima volta. Era arrivata presto, con il suo pacchetto stretto tra le mani.

Da quel momento non ricorda molto. Forse hanno parlato, hanno riso, si sono guardati negli occhi, occhi ancora vivi, ancora assetati di vita. Il film lo hanno più visto? E il pacchetto, che fine ha fatto?

Quello che ricorda e che non ha più dimenticato è l’immagine di lui sopra di lei, le calze strappate, il tavolo della cucina e un centrotavola pieno di mele verdi. Non faceva altro che guardare quelle mele, la schiena premuta sul piano di vetro e il viso girato di lato, per non guardare, per non sentire. Ad ogni spinta ne cadeva qualcuna e le rotolava vicino, tanto da sentirne l’odore e immaginarne il sapore. Non sa dire cosa sia avvenuto dopo, poco dopo o giorni dopo. Si rivede nella sua camera, stordita, ancora sporca di sangue. Si rivede riattaccare poi ad ogni sua telefonata, respingere ogni suo tentativo di avvicinamento, ogni assoluzione.

La rabbia è un potente anestetico.

Non lo ha detto a nessuno per anni. Ha cancellato il suo lutto dalla sua memoria mentre sotto il ricordo la ferita continuava a scavare ed arrivava all’osso.

Ha dovuto lavorare molto su se stessa per accettare e in qualche maniera perdonare. Perdonare se stessa per non aver permesso a nessuno di curarla, per essersi continuata a ferire, da sola, per molto tempo.

Perdonare anche lui per averle strappato l’innocenza prima ancora di strapparle le calze, con il suo sguardo assassino, con le sue parole sconosciute.

Le sue mani scavavano nella sua poca carne ma lei era già morta. Stava banchettando sul suo cadavere.

Ha dovuto perdonare anche questo. Di non essersi lasciata amare mai da nessuno. Come se una parte di lei fosse morta o in salvo, sicura, inaccessibile.

A distanza di quasi trent’anni resta la cicatrice ma il dolore è sparito. Ne parla con facilità, anche con me che non la conosco affatto. Il dolore è sparito ma le mele verdi non è più riuscita a mangiarle.

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