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Storie di ordinaria attesa

È bello il palazzotto che ospita il Tribunale dei minori di Reggio Calabria.
Il Covid dà lo spunto per osservarlo, per sostare all’esterno in attesa della ” chiamata” e, in quel tempo, trovarsi immersi in mille realtà distinte, in cui i ruoli non sono marcati fino al momento in cui non si varca la soglia di quell’ imponente portone.
Varcata la soglia si torna ad essere avvocati, curatori, accompagnatori, genitori e minori. Il fuori è uno strano palcoscenico e il tedio che mi assale nell’attesa mi fa sentire in colpa.
Sbuffo, guardo l’orologio , quasi che il guardarlo in continuazione lo fa girare prima per potere accedere in cancelleria.
Quanto ordine e disciplina ha creato il Covid ! Già…e chissà quanto ne creerà ancora.
E lo dico con la nostalgia dei tempi in cui le aule , le cancellerie, erano microcosmi di umanità variegata.
Mancano gli incontri nei corridoi. Gli scambi. Persino le lamentele che mi aiutavano a comprendere che l’unica Fantozziana creatura sfigata col computer non ero solo io. Invece Fantozzi lo sono diventata davvero con la consapevolezza, che se avessi voluto intraprendere la carriera di programmatrice di computer avrei magari scelto un’altra facoltà.
Ma oggi è così e un avvocato deve stare dietro all’ algoritmo e un po’ meno al cavillo…forse per questo la Giustizia la si cerca nel ” decorso del tempo” che oblía persino le più coriacee pretese e quasi non più non nelle sentenze.
Ma questa è un’altra storia…
Torniamo allo stile del palazzo. Aereo, delicato, candido. Estraniarsi dal dolore della gente che sosta nel cortile antistante l’ingresso del tribunale dei minori non è facile.
È quel dolore che l’avvocatura , per quanto avvezza possa essere ai problemi degli altri, alla ricerca delle soluzioni, non riesce ad allontanare del tutto da se stessa. È impregnante, non va via neppure quando torni a casa, ti svesti, ti lavi le mani volendo essere quel Ponzio Pilato a non pensare più al problema.
Ma il problema non ha la consistenza del denaro, non riguarda confini violati, non è pignorabile né prorogabile. È un essere umano. Un minore. Da tutelare, da difendere ad ogni costo. Anche quando è il ” pacco” conteso di un tuo cliente nel tiro alla fune fra due genitori.
Guardi in alto, le gronde del palazzo per non guardare alla tua altezza e incontrare occhi che potrebbero parlarti di dolore.
– Ti odio nonna- -Non ti permettere di parlarmi così- – Ho quasi 18 anni e fra un mese non vorrò vederti più- – Finalmente mi libererò del tuo peso, che grande supplizio mi hanno lasciato tuo padre e quella prostituta di tua madre-
Una giovane voce e una più grave, rauca in un dialogo serrato, quasi sibilato col veleno di un cobra.
Un giovane uomo e quella che avrebbe dovuto essere la sua amorevole nonna.
L’architettura perde tutto il suo fascino e incrocio lo sguardo del ragazzo. L’età di mio figlio” l’adulto” , il quasi diciottenne , con l’accenno di barba , l’aria spavalda e una grande paura del vivere che si scorge nella strafottenza dei gesti.
Chi non conosce l’amore ,come potrà donarlo un giorno? Mi chiedo, improvvisamente mortificata per non essere riuscita a fare nulla per quel giovane sconosciuto. Provo uno strazio profondo nel cuore a guardare nonna e nipote irrimediabilmente acerrirmi nemici.
Mille domande bussano alla mia mente e i “chissà” superano le certezze. Una tenerezza infinita mi ha assalita verso quel giovane uomo.
Ho maledetto quel mio percepire le emozioni che non mi ha distratta. Avrei voluto capire quella storia… Forse, in un impeto di megalomania, fare addirittura qualcosa. Non è nella normale dinamica della vita che i nipoti odino i nonni..
.- Nannarella, quanto mi manchi anche oggi, soprattutto oggi…!- mi sono ripetuta, accorgendomi che da tempo è sfumata persino l’illusione di essere come Atlante.
Un numero di ruolo chiamato dalla guardia apparsa sulla porta. Un numero e due esseri umani avranno oggi, forse, una sentenza con cui chiameranno per sempre il loro odio.
Il ragazzo ha risposto – Sono io- e la nonna lo ha seguito dentro, lungo quei corridoi, verso un’aula .
– Buona fortuna , ragazzo- ho pregato dentro la mia mascherina , tornando ostinatamente a guardare il tetto bianco di quel palazzo.

nella foto: Tribunale dei Minori di Reggio Calabria

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