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Sull trono di porfido

1
Il primo tuono lo fece riemergere dal torpore in cui era scivolato dolcemente al termine della cena consumata in fretta da pochi minuti.
Non si stupì del boato in cui si trasformò il sommesso rombo iniziale. Aveva preavvertito l’avvicinarsi del temporale fin dal mattino in vari segnali inequivocabili: la più intensa sofferenza delle ossa, il formicolio nelle membra, la tensione della mente già pervasa dall’abituale fiera scontrosità.
Alzò lo sguardo verso il cielo. Subito proruppe in un lamento che divenne una rabbiosa imprecazione. Nel vecchio collo fluì un dolore intenso e cattivo, scatenato dal movimento della testa.
“Bastarde nuvole! – gridò fissando le masse scure raggruppatesi sopra di lui – Fottute bastarde!”
Si alzò lentamente dallo scalino su cui sedeva, nell’angolo formato dalla balaustra del ponte e dal piccolo edificio squadrato: il riquadro ombreggiato in cui trascorreva i suoi giorni d’estate, riparato dal sole, sospeso sulla riva del canale maleodorante attraversato dall’arcata bassa e pesante, nel cuore della città in cui si era fermato da qualche anno.
Raccolse i due involti in cui aveva accuratamente racchiuso i resti del magro pasto. Li mise uno dopo l’altro dentro un sacchetto di plastica bianca. Si soffermò a lungo a fissare il contrasto tra la candida superficie liscia e le dita scurite dal sole e dalla sporcizia.
Guardò poi la pannocchia disegnata sul lato dell’involucro: un breve lampo di luce gli attraversò la mente, un ricordo flebile e tormentoso.
Si scosse. Cercò sollievo nel cielo, muovendo ancora la testa all’insù. Lo ritrovò scuro e cupo sopra di sé, ormai pressoché interamente coperto da nubi opprimenti, d’un freddo colore metallico, serrate le une alle altre così da nascondere l’azzurro scuro della sera e da lasciar filtrare solo rade lame rosse e solide.
Allungò il braccio sinistro verso una di esse, sicuro di poterla stringere tra le forti dita, persuaso che serrandola avrebbe fatto scorrere dentro di sé il calore asciutto di cui aveva disperato bisogno per spegnere la sofferenza liquida che perseguitava le ossa e le giunture del suo corpo.
Sfuggì ai ripetuti tentativi di essere agguantata. E le sue labbra si aprirono in un ruggito cupo e rabbioso, l’ennesimo di quel giorno.
Girò lentamente attorno all’edificio accanto al quale aveva costruito la sua esistenza randagia, consumata in quel luogo così centrale ed insieme così remoto della città.
Raggiunse il gradino sul lato opposto del palazzetto, là dove lasciava la maggior parte delle sue cose, stipate dentro una sacca di pesante stoffa verde scuro, attraversata da squarci rammendati maldestramente e percorsa da macchie di grasso e di terra.
Spinse a fatica il sacchetto contenente i poveri affettati ed il pane acquistati al mattino, dopo aver oltrepassato il ponte appiattito e tremolante sotto il sole implacabile.
Chiusa la cerniera, ritornò sui propri passi, percorrendo con calma, quasi con prudenza, il largo marciapiede deserto, il mare che circondava la sua isola.
Avrebbe desiderato ardentemente che qualcuno gli passasse accanto: un ascoltatore frettoloso e distratto per le grida piene di animosità e di rancore che, sole, sembravano capaci di attenuare la cupa sofferenza dalla quale era posseduto.
La città appariva invece inesorabilmente vuota, neppure un’automobile o un motorino transitavano sull’ampia strada in quella sera di domenica infissa nel mezzo dell’estate.
Sedette ancora nel suo angolo in cui andavano insinuandosi vortici di polvere sollevata dalle raffiche di vento.
Mise tra le labbra rugose e screpolate un mozzicone di sigaretta e l’accese con cura, meticolosamente, spostando la fiamma del cerino attorno alla punta. Intanto aspirava, riempiendo la bocca del calore asciutto e aspro del fumo.
Lo deglutì lentamente, mentre gettava lontano il fiammifero. Lo trattenne nei polmoni a lungo, poi lo soffiò fuori piano, tenendo le labbra strette, così da formare un sottile filo che si insinuò per qualche attimo diritto nell’aria afosa davanti a lui, prima di salire verso l’alto, già dissolto in volute stanche e quasi invisibili.
Fumò con calma, tenendo la sigaretta con il pollice, l’indice ed il medio, la brace rivolta verso l’alto, per evitare che si consumasse troppo in fretta. Un piacere lussuoso andava gustato con adeguata pazienza.
Impiegò diversi minuti per terminarla, come sempre: replicava il rito quotidiano, raro, del cedimento al vizio, in realtà tutt’altro che irresistibile, al quale si permetteva di soccombere poche volte, quasi esclusivamente dopo i magri pasti serali, non diversi da quelli del mezzogiorno, momenti vissuti da anni in solitudine, nella frugalità di una vita ai margini di quella degli altri, anche di quelli come lui.
Spenta la sigaretta sentì il bisogno di guardare ancora il cielo e, soprattutto, le nuvole.
Le odiava, le bastarde. E le amava. Amava il loro essere parte così pura della natura ed il loro apparire ad ogni ora del giorno e della notte, indifferenti alle stagioni, pronte a far cadere il loro frutto fresco e prezioso.
Tenne lo sguardo fisso sulle grandi masse vaporose di un fosco grigio spesso e metallico. Gli parvero svolazzare come l’abito di una giovane donna, di una ragazza un po’ sventata e allegra, pronta a godersi la vita. Poi le vide come un’onda rabbiosa del mare, immagine resa tanto più reale dal prolungato, cupo, improvviso frangersi dei tuoni nel cielo. Infine, mentre si diceva di andare a raccogliere le proprie cose e di cercare un riparo dalla pioggia imminente, gli sembrarono orsi pesanti, che si agitavano inutilmente su un ghiaccio scuro e privo di riflessi, grassi animali che tentavano di apparire agili e svelti, presi da un assurdo desiderio di ingannare sé stessi.
“Non farete nulla di buono, bastarde! – gridò con la vecchia voce roca – Siete delle nuvolone sterili… Palloni gonfiati!”
Le parole si trasformarono in una breve risata malinconica, afflitta, frutto di un’altra apparizione improvvisa: un altro ricordo attraversò la mente, rapido come la saetta che si insinuò tra le nuvole ed andò a scaricarsi lontano, precedendo un tuono più lungo e più torbido dei precedenti.
Si mise in piedi, spinto dall’istinto che, prima della mente, aveva percepito il cadere delle gocce di pioggia, fitte e minute.
2
Il riparo abituale, un arco ricavato al di sotto di una strada vicina, gli era parso inadatto a proteggerlo dal temporale che prevedeva impetuoso e prolungato.
Il vento avrebbe spinto la pioggia là dove solitamente trascorreva le notti. E poi, poi c’era stato un misterioso desiderio di spostarsi, di uscire dall’angusto spazio che si era ricavato e che, lo sapeva, gli avevano consentito di usare soltanto perché non arrecava fastidio a nessuno, lontano com’era da condomini e palazzi di uffici.
Sollevò a fatica la grande borsa pesante e si incamminò lungo la strada deserta, piano, in preda ad un’emozione dolce, capace di sedare la sua ansia, la frenetica rabbia che non lo abbandonava mai, il disagio irrimediabile di tutta la vita.
Viaggiava. Attraversava la città in cui viveva da anni senza esserne parte, emarginato da sé stesso più ancora che dai suoi concittadini, gli uomini e le donne che passavano accanto a lui numerosi, in ogni stagione, prevalentemente ignorandolo, qualche volta posando su di lui una rapida occhiata. Ne conosceva i volti, gli atteggiamenti, il modo di camminare, gli orari, ogni aspetto visibile ed evidente. Scivolavano in fretta a pochi passi da lui giorno dopo giorno, diretti al lavoro o a scuola o a casa. Li conosceva, a volte li riconosceva, ma non erano parte del suo mondo.
Loro possedevano la città. Lui no. Lui aveva il suo angolo insignificante, concesso perché privo di valore per gli altri.
Viaggiava lungo strade che aveva percorso pochissime volte, avvertendo un piacere sottile ed una paura eccitante, un senso di potere misterioso e timido, impacciato. E mentre camminava piano, gravato dalla borsa e frenato dai dolori, si chiedeva il perché di uno stato d’animo troppo diverso dal solito, così nuovo e fremente.
Rinunciò a darsi risposte. Un improvviso scroscio di pioggia violenta e fitta lo colse mentre attraversava una via, in uno dei rari angoli della vecchia città privi di portici.
Imprecò contro se stesso, offendendosi impietosamente per la scelta di un percorso senza riparo. E si inflisse la punizione di accelerare il passo, affrettandosi verso un antico palazzo proteso su una stretta strada, sostenuto da solide colonne basse.
Lì, oltre alla protezione dalla pioggia, trovò la spiegazione delle proprie emozioni.
Assurda e ridicola.
Non poteva sentirsi padrone della città.
Non lo era e non lo sarebbe mai stato.
Poteva solo goderne più liberamente e più intensamente del solito perché i veri proprietari, i cittadini che lo ignoravano o lo guardavano con disprezzo, se ne stavano in qualche comoda località di villeggiatura oppure protetti nelle loro case, case vere, isole sicure e accoglienti, ben diverse da quella in cui conduceva i suoi i giorni.
3
Sedeva sul ruvido porfido di un gradino, l’ultimo della corta scala che conduceva ad una porta di legno chiaro, verniciata di fresco, così scintillante da infastidire lo sguardo. Gli pareva persino di sentire l’odore pungente ed insistente dello smalto trasparente usato per proteggere il legno chiaro, percorso da venature intrecciate e contorte, intersecate tra loro in maniera così complessa da avergli procurato un momento di smarrimento e di annebbiamento degli occhi quando si era lasciato sedurre brevemente dai disegni.
Fissava la propria borsa, posata ai piedi della scala, sul marciapiede di pietre levigate, arrotondate sui bordi. La vedeva perdersi nel labirinto di rette smussate e scavate che separavano i longheroni di sasso consumati dagli anni. Si lasciò incuriosire dai mucchietti di polvere e dalle altre cose insinuate in mezzo ad essi, segno di una sporcizia ormai irrimediabile.
Rise, pensando come la maggior parte della gente considerasse lui e quelli come lui individui sudici e disgustosi e nel contempo non si rendesse conto di abitare in una città che si degradava visibilmente, giorno dopo giorno, abbandonata a sé stessa, all’incuria di tutti.
Lui la conosceva la città. Chi, meglio di lui, era in grado di sapere quello che accadeva, di cogliere da mille atteggiamenti e da mille gesti il disprezzo e il disinteresse non solo degli abitanti, ma anche di coloro i quali le regole dovevano farle rispettare?
Davanti ai suoi occhi, alla luce del sole o a quella della luna, durante le notti di insonnia come nei giorni di veglia attenta e scontrosa, passavano uomini e donne di ogni età e di ogni genere. Vedeva compiere a loro gesti che lui stesso si impediva di compiere.
Lui, che loro guardavano con malcelato disprezzo o con evidente disgusto.
Lui, che aveva rifiutato le regole e le leggi, persuaso di non dover affidare a nessuno le decisioni sulla sua vita e sul modo in cui condurla.
Lui, che si era sottratto al patto scellerato tra i cittadini e i potenti.
Lui, che poteva irridere a questi e a quelli, tranquillo di non avere debiti né con gli uni né con gli altri.
Lui, padrone della città.
Rise ancora e lasciò che lo stato di euforia improvviso e misterioso lo spingesse ad un nuovo momento di eccesso. Trasse dalla sacca una bottiglia di vino e ne bevve brevi, ripetuti sorsi avidi, quasi frenetici.
La mise tra le gambe e cercò un mozzicone di sigaretta nella tasca dei pantaloni militari che indossava.
Come il precedente, anche questo fu acceso con una voluttuosa emozione e durò a lungo.
Padrone della città. Dal momento in cui si era seduto al riparo del basso porticato ormai buio, erano passate due auto al di là delle grosse colonne squadrate. Chi mai lo avrebbe potuto deporre? Chi mai sarebbe riuscito a farlo abdicare, privandolo del potere che sentiva stabile nelle mani, quasi stringesse redini di vecchio cuoio, rese lisce e lucenti dall’uso, simbolo di una sovranità antica e solida?
Per un attimo sulla punta della lingua avvertì il solletico delle solite frasi, delle imprecazioni e delle offese che lanciava all’indirizzo dei passanti, ignari della rabbia e dei tormenti che lo pervadevano.
Le scacciò indietro, scoprendosi troppo in pace con sé stesso per poter indulgere ancora una volta alla furia. E troppo lontano dagli altri per poterli odiare e vilipendere.
Padrone della città. Signore vecchio e stanco, ma sicuro di sé. Sovrano di un mondo quasi deserto e lucente di pioggia, avvolto da tuoni che percorrevano il cielo ormai crudamente notturno.
Spense la sigaretta sotto il tacco destro, quindi la ripose nella tasca dei calzoni, insieme alle altre, raccolte per strada, là dove erano state scagliate da mani bianche, mani pulite e curate di uomini e donne che non sapevano di essere soggetti al suo potere.
4
La pioggia, una sciocca pioggia lieve, era cessata.
Nel cielo buio i lampi si erano fatti radi e i tuoni spenti senza clamore, senza un finale impetuoso.
Non poteva finire così, lui lo sapeva.
Nessun temporale cessava così, in modo tanto timido e tanto vile.
Di lì a poco sarebbe ripreso. E non avrebbe più scherzato.
Scrollò la testa, vedendo passare un paio di ragazzini sui loro rumorosi motorini sgargianti.
Gli stupidi! Lui non si sarebbe mai sognato di lasciare il nascondiglio sicuro e regale appena conquistato.
Un re non abbandona il suo trono. Non un vero re, un monarca al quale è noto il segreto del potere, un sovrano che sa che la sua forza è la debolezza dei sudditi.
Ridacchiò, felice di riscoprire la saggezza spavalda da cui si era sempre lasciato guidare.
E cominciò a pensare al modo migliore per trascorrere la notte in quell’angolo nuovo della città, diverso da quello al quale aveva abituato le ossa stanche del suo vecchio corpo.
5
Fu svegliato da borbottii sconnessi e nervosi, le voci infrante dalla frenesia che conosceva pur senza averla provata dentro di sé.
Aprì cautamente gli occhi, memore di un’esperienza recente, dolorosa ed assurda, le cui tracce erano ancora evidenti nelle piaghe chiare che interrompevano il colorito scuro delle mani.
Non ebbe bisogno di guardare a lungo per riconoscere, nei gesti e negli sguardi dei due giovani che lo fissavano a pochi metri di distanza, il vuoto delle coscienze annegate dalla dipendenza dalla droga.
Studiò invece le braccia coperte dalle camicie variopinte ed ampie, scelte per nascondere i segni rossi dei buchi, cercando di capire quanta forza avrebbero saputo esprimere nel momento in cui, lo sapeva, quelle stesse braccia si sarebbero trasformati in strumenti di aggressione, armi contro di lui.
Mentre la paura gli scivolava addosso come un manto spesso ed ingombrante, non seppe evitare di sorridere al ricordo delle sciocche illusioni cui aveva ceduto, alla finzione del potere ingannevole che si era convinto di possedere. Il mondo riprendeva il suo corso, la vita ritrovava i ritmi ineluttabili della lotta e della violenza, tanto più stupide e grottesche quando esplodevano tra vinti come lui e quei ragazzi che lo osservavano con l’avidità stolida di chi non riconosce il senso delle cose.
Nel deserto di quella notte ancora percorsa dal suono umido dei tuoni, la sua solitudine gli sembrò una condanna beffarda, un gioco assurdo del destino, una finzione più ridicola e più vana di quella che governava la vita degli uomini normali, quelli cui non riusciva di vedere al di là del velo di illusione intessuto dalla storia e dalla civiltà.
Sapeva che l’aggressione era imminente. Attendeva solo che la disperazione dell’astinenza travolgesse le ultime resistenze e quelle due figure prive di vita, caricature di esseri umani, si avventassero su di lui per privarlo di quel poco che possedeva e che non sarebbe certo servito a pagare i bottegai della droga, i soli a non aver calato la serranda sulle loro attività.
Si preparò a cedere, spinto a farlo da una rassegnazione istintiva, ormai entrata nelle vene, frutto di un attaccamento alla vita spinto dal quale aveva superato ben più difficili e dolorose prove.
Non seppe neppure evitare di pensare che, in fondo, la disperazione di quei giovani, in qualche modo, meritava di sopraffare la sua. Loro, a ben vedere, non possedevano la sua lucidità scontrosa.
Si augurò solo che fosse un’aggressione rapida, un breve momento che la propria sottomissione potesse rendere fulmineo e innocuo.
Non vide il balenare della lama nell’oscurità che avvolgeva il portico, non scorse la luce selvaggia nello sguardo del più basso e più esile dei due giovani, quello che lo fissava avidamente, quasi vedesse la corona preziosa con la quale lui si era fatto re poco prima.
Sentì però lo scorrere freddo della lama, avvertì il gelido penetrare nella carne del suo petto, un lampo di dolore che riportò alla mente il tuono sopra i campi brulli della terra dei suoi padri, la terra arida al cui destino aveva sperato di sottrarsi anni prima ed alla quale l’orgoglio gli aveva impedito di tornare.
Mentre un calore appiccicoso si spargeva sulla maglietta di ruvido cotone bianco che copriva il tronco secco, lanciò un grido, maledisse il cielo del suo regno, imprecò per l’ultima volta contro quel mondo che non sapeva comprendere un bisogno di essere sé stesso come il suo.

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