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Tempesta d’amore

Auguri a tutte le mamme. Di pancia, di cuore e di ideali.

” Femmine un giorno e poi madri per sempre nella stagione del cuore che stagioni non sente” ( F.De Andrè)

Non avevo la vocazione alla maternità. A priori sentivo che non avrei saputo o desiderato cedere parti di me ad una parte di me.

Troppo possessiva del mio sentire, morbosamente gelosa del mio essere per farne dono fuori di me.

Il mio primo figlio, sdegnosamente mi rifiutò. Ancestralmente avvertiva la mia titubanza e, orgogliosamente, decise che di una madre dubbiosa non sapeva che farsene.

Preferì morire piuttosto che rischiare l’Amore.

E invece io in quei quattro mesi che lo ebbi in grembo attraversai tutte le fasi della scoperta.

Ipotesi. Esperimento. Fallimento. Esultanza. Elaborazione tesi. Formulazione teoria scientifica. Lo amavo.

Ma andò via senza il tempo della reciproca conoscenza .Offeso dalla mia indecisione iniziale, dal mio scarso entusiasmo da neofita.

Tenni per me il dolore. Madre mancata.

Rifiutata. Con un enorme senso di colpa. Quasi quella creatura avesse letto nei miei pensieri. E sì che aveva letto.

Avevo impresso il mio essere in quelle cellule.

Pensava il mio stesso pensiero allo stesso modo in cui si nutriva di me.

Due anni dopo un’altra vita cresceva in me. Non so né saprò mai se ebbi la vocazione alla maternità.

So che amai quel grumo di cellule sin dal primo momento che sospettati di avere un “intruso” a rubarmi, sogni, pensieri, anima, respiro.

E divenimmo inseparabili. Non perché ce lo imponesse la natura e la stessa legge del divenire, ma perché imprescindibile era il bisogno reciproco.

Le mie mani sul ventre. Gesto meccanico. Forse. Ma istintivamente a dichiarare Amore. Reciproco incondizionato Amore.

Nove mesi. Coi litigi degli innamorati. Piccole perdite ematiche. Paura dell’abbandono. Ecografie a vedere sorrisi immaginati, manine a salutare. Sogni di testoline arruffate. Speranze di sguardi ricambiati.

Preghiere, recitate o mute nel cuor della notte, in trepidante attesa di chi la Vita avrebbe comunque cambiato.

Eh, sì. Poi….la Tempesta. Non volli fare il corso di preparazione al parto. Volevo essere inconsapevole.

Volevo saggiare sulla mia pelle l’immenso strazio della Vita, del donarla donandosi. Non volevo essere preparata psicologicamente.

Volevo dare la poesia, l’emozione ad un Dolore Puro, senza filtri, inibizioni. Senza regolare il respiro. Senza dominare quel dolore.

E Tempesta fu. Mi ritrovai ritta su quella scogliera. Fulmini saettavano attorno a me.

Alzavo le braccia per dire loro: prendetemi sono parte di voi! Urla che si perdevano nel vento impetuoso.

A sferzarmi la schiena, a farmi contorcere per la potenza delle raffiche. La gola bruciante per lo sforzo delle grida.

Mani adunche come artigli su una poltrona a sembrare diabolico luogo di tortura.

E fiumi di acqua, di liquidi di sangue, a suggellare la grande furia della Tempesta del nascere.

E turbini con quel vento. Sei fulmine. Sei scroscio devastante. Sei fiume inarrestabile. Sei tornado.

Sei Vita. Dai Vita.

E poi…tutto si placa…la tempesta scema….il dolore fluisce.

Una stanchezza d’amore indica la via.

Alzi una debole mano, dovresti odiare chi è causa di tutto quel dolore.

Invece sai che non amerai mai nessuno quanto quell’essere grinzoso e brutto che ti mettono al seno e che tu guardi come l’ottava meraviglia del mondo.

E non sarai più quella di prima.

Uscita dalla tempesta sai che dovrai essere un Faro. Sempre. Nonostante tutte le stanchezze di donna.

Mi ci sono ritrovata dentro quella tempesta.

E quello Spingere è divenuto il mio motto di Madre.

Spingere avanti i sogni dei miei figli.

Sempre. Senza se e senza ma.

nell’immagine: foto di una donna migrante con bambino salvati a largo delle coste siciliane

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Published inAmore