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The Sweepers. Una storia collettiva – 2

The Sweepers è il nome di una band nata a Napoli negli sessanta. La storia di quella band si intreccia con i sogni, le paure, i desideri e le ansie dei cinque amici che la fondarono, segnando in modo indimenticabile il loro passaggio dall’adolescenza alla giovinezza. Essi – Armando, Paolo, Peppe, Pino e Piero – hanno deciso di ricostruire la storia della band rispondendo, l’uno all’insaputa dell’altro, a tre domande sui primi passi di quella esperienza di formazione. A fare da sfondo della loro storia collettiva sono alcuni degli avvenimenti artistici di quegli stessi anni, mentre il periodo storico di riferimento va dall’assassinio di John Kennedy del 22 novembre 1963 ai primi scioperi degli studenti di Nanterre del novembre 1967, prologo del Maggio Francese.

1. Racconta come si sono formati The Sweepers. Come cominciò tutto, come fu deciso il nome, in che anno ed in che periodo, quali furono le prime canzoni che il gruppo cominciò a provare.

Avevo conosciuto Armando in vacanza a quasi 12 anni (estate 1962), dopo la fine delle medie.

Aveva frequentato la mia scuola, ma in un’altra sezione. Le nostre mamme si erano conosciute e si riconobbero nella località di villeggiatura.

Così facemmo amicizia. Lui scoprì che sapevo suonare la chitarra. Ne avevo una spagnola Eko (da 10.000 lire…?) alla quale avevo applicato, con l’aiuto di un mio cugino più grande, chitarrista professionista a Napoli, un pick-up supereconomico, collegandola a un piccolo amplificatore valvolare Eko (5 o 10 Watt). Avevo imparato a suonare la chitarra tre o quattro anni prima, strimpellando contemporaneamente gli accordi sul pianoforte di casa e su una piccola chitarra per bambino regalatami dalla Befana. Suonavo la ritmica, trovando da solo gli accordi delle canzoni italiane e straniere in voga in quegli anni (Sanremo, Cantagiro, primi Beatles e gruppi pop italiani).

L’anno successivo al nostro incontro (a.s. 1963-1964) capitai con Armando nella stessa classe maschile (primo liceo scientifico), insieme a Piero e Peppino. Verso la fine dell’anno scolastico tutti e tre i compagni vennero a casa mia per strimpellare insieme. Solo Armando aveva una chitarra (tipo Eko simile alla mia). Doveva essere l’inizio del 1964. In quell’occasione mi impressionò molto Peppino, che, pur non suonando nulla, sapeva con grande naturalezza trovare i controcanti (una dote di famiglia, come avrei scoperto qualche tempo dopo), Ebbi l’impressione di aver colpito molto i miei tre amici, sebbene la mia abilità fosse, in realtà, alquanto modesta. Poche settimane dopo Armando e Piero mi proposero di suonare qualche altra volta insieme. Piero nel frattempo si era dotato di rullante, charleston e un piatto (più un paio di bacchette). Peppino mi pare maneggiasse una chitarra del fratello, che usava come basso semplicemente scordando le prime quattro corde…

Dopo poco tempo il gruppo (ancora senza nome) aveva accumulato un’attrezzatura minimale, e cominciò a orchestrare qualche canzone (Il Mondo, Non son degno di te, Apache, Help!, The house of the rising sun, Quel che ti ho dato-Tell me). Armando era la voce guida (già alquanto educata al canto e di gradevole timbro).
Piero possedeva un registratore Geloso G258 a nastro bellissimo (almeno per me che avevo un piccolo “Gelosino” G600), con cui registrava i nostri brani. Purtroppo sia l’attrezzatura sonora sia quella di registrazione era veramente modesta, per cui i risultati complessivi apparivano alquanto deludenti. Ma la cosa proseguì lo stesso tutto l’anno successivo (secondo liceo scientifico). Di quell’epoca pionieristica non è rimasta nessuna traccia sonora. Credo che Piero abbia perso tutto (il che forse non guasta).

In nome del gruppo era probabilmente l’ultima cosa a cui si pensava, anche per totale mancanza di esibizioni esterne, per cui non gli fu data alcuna identità. Nella primavera del 1965, verso la fine del secondo anno, dopo alcune prove e pomeriggi “danzanti” che avevano luogo in una specie di cantina-locale del Vomero (in un palazzo di via Solimene?…), dove registrammo qualche timido successo, decidemmo che era arrivato il momento di battezzare il nostro gruppo. Dopo aver scartato una serie di alternative, la mia proposta fu scelta all’unanimità. Così ci chiamammo “The Sweepers” (gli Spazzini), nome che rispondeva ad una idea di “falsa modestia” che non guastava, anche se per la verità erano in pochi a conoscerne la traduzione.
In quel periodo, nel frattempo, si riuscì ad acquistare qualche aggeggio più consistente, ma sempre di poche pretese (i costi per noi erano proibitivi). Io mi regalai una chitarra Hofner “172” (che ancora conservo); Armando comprò una Eko a tre piastre (simil-Stratocaster); Peppino si procurò un basso “vero” (non ricordo il tipo) e Piero, finalmente, ebbe in regalo dai genitori qualche pezzo della batteria in più. Gli amplificatori erano ancora minuscoli, ma la camera eco (un super usato della Eko) aiutava, nonostante le complicazioni dovute al nastro magnetico, che continuamente si spezzava e andava incollato.
La sala prove fu trasferita nella cantina di Armando, in un condominio di via San Giacomo dei Capri, dove ci allenavamo soprattutto di sabato pomeriggio.
Giunti all’anno scolastico 1965-1966 fummo inseriti in una classe mista, e questo, oltre a costituire motivo di maggiore interesse verso la scuola, ci consentì di allargare la nostra platea di ascoltatori, non senza le dovute difficoltà, poiché a quell’epoca le “femmine” non si mostravano particolarmente socievoli con i nuovi arrivati.
Quell’anno fummo dunque inviatati ad “allietare” con la nostra musica la festa di compleanno della nostra compagna di classe Agnese, esibendoci sul suo terrazzo, in un mese (non ricordo esattamente quale) alquanto freddo. Nonostante la ancora acerba preparazione (anche per il limitato tempo che residuava dallo studio intensivo) riportammo un discreto successo. In quel periodo un nostro compagno di classe, Pino, si propose come cantante e procacciatore di una camera eco e microfoni più decenti, per cui fu subito reclutato con entusiasmo. Anche se ancora alle prime armi, si rivelò una risorsa da non trascurare. Infatti ci procurò qualche altra uscita in pubblico (compleanno della sua ragazza, e cose simili) che ci tennero abbastanza impegnati, mentre il repertorio cominciava ad ampliarsi (Bang bang, With a girl like you, Michelle, Twist and shout, I saw her standing there).

2. Qual’è il ricordo legato al gruppo che tu ti porti nel cuore?

Ricordi precisi non ne ho conservati molti, un po’ forse per l’appannamento neurologico attuale.
Un flash che però è ancora presente è il nugolo di bambini e ragazzetti che si assiepavano intorno al finestrone della cantina di Armando quando provavamo, eccitati dall’ascolto delle canzoni. Uno di questi era il fratellino minore di Armando, Riccardo-Riccardino, di soli tre anni, che, quando accompagnato nello scantinato dalla mamma o dal fratello Roberto, si scatenava ballando al ritmo della nostra non sempre ben orchestrata musica. E’ un ricordo che anche oggi, in occasioni di lavoro che mi hanno visto incrociare quell’ex bambino, ho condiviso con nostalgia.

3. Quale fu l’esperienza più divertente che il gruppo ha vissuto?

L’esibizione più divertente (ed in alcuni momenti esilarante) della nostra breve carriera fu certamene quella della sagra di Rionero Sannitico, paese molisano di origine di Peppino (dove il papà era stato o era sindaco). La festa era dedicata alla patata, abbondante in quella terra, e prevedeva una serata musicale nella piazza del paese, dove gli Sweepers, “complesso proveniente direttamente da Napoli!” si esibirono con grande successo di pubblico, anche grazie alle capacità di animatore di Armando. La cosà più carina fu quando un contadino sdentato e abbronzatissimo rivolgendosi a me, che accordavo la chitarra in un angolo del palco, aprì un involto di carta di giornale e, in tono complice e quasi in segreto, mi mostrò un oggetto scuro di dimensioni notevoli (25-30 cm) e pesante, confidandomi: “Questa sarà la più patana grande della serata!…”.

Era previsto infatti un premio per chi avesse portato il tubero più grosso. Non ricordo però se il contadino vinse qualcosa…

“Per un pugno di dollari” (1964) di Sergio Leone ha ridefinito gli elementi costitutivi del genere western: la centralità della colonna sonora, i lunghi piani sequenza, la caratterizzazione dei personaggi, una recitazione di grandissima classe. Il film rilanciò il genere western in tutto il mondo e, quando sbarcò negli States, molti membri della troupe e del cast assunsero nomi statunitensi: Sergio Leone usò il nome Bob Robertson (in memoria di suo padre Vincenzo, noto con il nome d’arte di Roberto Roberti), Ennio Morricone firmò la colonna sonora con lo pseudonimo Dan Savio (ma in alcuni titoli è rinominato Leo Nichols), mentre Gian Maria Volonté appare con il nome John Wells.

Published inTempo libero
  1. Armando Staffa Armando Staffa

    Il tuo racconto della nostra storia é pieno dell’entusiasmo di noi adolescenti per l’aver affrontato e in qualche maniera esaudito un sogno sostenuto dalla amicizia e l’affetto che ci lega da una vita.
    Bravo Paolo

    • PAOLO DE VITA PAOLO DE VITA

      Grazie Armando. La mia storia mi è sembrata ben sovrapponibile alla tua. Il che mi conforta: la memoria ancora funziona, nonostante il tempo passato. Sono curioso di proseguire la lettura dei ricordi dei nostri compagni di viaggio. Paolo

  2. Quando Paolo fa riferimento al “nugolo di bambini e ragazzetti” che si arrampicavano al finestrino della cantina per vedere e ascoltare la musica dei Sweepers, mi vengono in mente tanti ricordi perché c’ero anch’io fra quei ragazzetti. Unico neo del gruppo è stato quello di ispirarmi e in quel periodo (1965) iniziai a suonare, cosa che faccio ancora oggi con mio grande piacere (meno per chi mi ascolta).

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