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Trascurabili pensieri ospedalieri

Le mattine in ospedale cominciano presto.

Necessità organizzative, bisogni che hanno più a che fare con il sadismo che con il benessere, spingono l’infermiere di turno a buttarti giù dal letto alle 5.30. Tra il pensiero dell’operazione che devi affrontare, i lamenti dei pazienti già operati e il letto che – e questa è la cosa che non mi sono mai spiegata – oppone ogni resistenza possibile alla tua presenza, hai preso sonno da un paio d’ore. La porta si spalanca sbattendo sullo stipite dell’armadio e, in 5 secondi netti, piombano nella tua stanza tre infermieri con un carrello cigolante ansiosi di registrare I tuoi parametri. Mica si può aspettare. Numerose pubblicazione scientifiche, evidentemente, affermano che prendere la pressione tra le 5.30 e le 5.40 rende la misurazione più attendibile.

Se non devi seguire nessuna terapia, allora il loro ruolo si limita alla pedissequa registrazione dei tuoi movimenti intestinali e delle tue temperature.
Dopo l’incursione delle truppe nemiche, non riesci a fare altro che girarti e rigirarti nel letto. Riprendere sonno è impossibile, data anche la presenza della luce da interrogatorio che continua a puntare la tua fronte.

E così finisce che anche la prima sigaretta della giornata te la fumi prima, prima del solito.

Non puoi bere, non puoi mangiare, la tua bocca immagina il sapore del caffè e ti sembra quasi di averlo bevuto. Te ne convinci, non puoi fare altro. Ti obblighi a non pensare a quello di cui il tuo corpo avrebbe bisogno né, tantomeno, a quello di cui il tuo cuore avrebbe bisogno.

Ti alzi a fatica e ti prepari la tua sigaretta, con calma. Sai che quello potrebbe essere il momento più entusiasmante della giornata e fai le cose con la dovuta calma. Ti infili il maglione sopra il pigiama, le pantofole, l’accendino lo avevi lasciato in tasca e vai verso l’uscita. Una qualunque, la più vicina. Le vie di fuga negli ospedali sono quasi tutte blindate, l’uscita coincide con l’entrata. Una volta dentro sei braccato. Ma l’orario insolito rende più solidale l’infermiere del turno di notte che è disposto ad indicarti uno spiraglio di luce, anzi d’aria. Sei sola, è ancora buio ma la città comincia a delinearsi. L’aria è fresca e ti sembra la cosa più bella nelle ultime 12 ore.

Pensi. Chissà perché i ricoveri ospedalieri sembrano sempre momenti catartici, anche se l’intervento è un intervento di routine, anche se ci sei già passato. “Come sarà la mia vita…Cosa farò dopo…Sopravviverò” si lo so, è esagerato, d’altronde devo solo togliere un’ernia, melodrammatico pure, ma fidatevi, prima o poi capita a tutti di farsi le stesse domande. È l’ospedale stesso che te lo impone. Psicologicamente l’associazione è ospedale=malattia, la salute è quello che ti auguri dopo. “Speriamo”, dici, non ci puoi fare niente, per tutti è lo stesso.

Il ricovero è l’attesa, la sospensione di ogni programmazione.

Ondeggi in una condizione liquida, sospesa e in realtà nessuno lo capisce, tranne i naufraghi come te. Sei ufficialmente un paziente e devi pazientare. “Vedremo” pensi. Tutto rimandato, tutto in definizione. Eppure di sogni ne fai a vagonate. Ad aprile vorrei andare qui, a maggio farò questo. Ah c’è pasqua e il 25 aprile, un viaggio ci starebbe bene. Ma la precarietà del momento ti frena fino al punto di deprimerti: un’altra sigaretta diventa necessaria.

In ospedale è tutto amplificato. La tua vicina di letto diventa la tua migliore alleata, in poche ora conosci tutto di lei, della sua malattia, della sua vita e della sua famiglia. Una sorta di confessionale. I figli restano gli argomenti preferiti dalle donne. I mariti o le separazioni al secondo posto. Del lavoro quasi nessuno parla. Io accompagno i discorsi e ogni tanto regalo qualcosa di me. Gli aspetti più evidenti, quelli più leciti. Le cose preziose non le cedo facilmente, le tengo per me.

Da una parte I malati, dall’altra l’ospedale. Gli scambi tra i due schieramenti avvengono in maniera superficiale, asettica. Le parole sono misurate, le informazioni inesistenti. Io ho la bocca talmente secca che non riuscirei ad emettere neanche un suono. Forse è per questo che ti impongono la “dieta” prima e il digiuno poi. Ti vogliono ridurre al silenzio e stancarti nel fisico in modo da non rappresentare un impedimento o, peggio, un pericolo.

In realtà basterebbe riflettere sul fatto che medici, infermieri, personale sanitario da una parte e ammalati dall’altra fanno parte di una simbiosi imprescindibile. Gli uni non esisterebbero senza gli altri (con le dovute eccezioni del caso e con lo scetticismo verso la medicina tradizionale dovuto ad anni di omeopatia).

Io scrivo, perché non so fare altro, almeno qui e ora, non con gli strumenti che ho.

Scrivo e progetto la mia vita fuori da quella porta. Ripenso ai significativi momenti di felicità, al raggio di sole in una mattina d’inverno e va bene così.

(foto di Nora Casara)

Pubblicato inLuoghi del Cuore

1 commento

  1. Antonio Salzano Antonio Salzano

    Impeccabile e veritiera descrizione che confermo da “esperto” della materia , esperienze visute sulla mia pelle. Sono stato fortunato sia all’estremo nord del Paese che al Sud, vicino casa dove l’umanità ancora restiste. Mi hai fatto rivivere momenti che, sembra strano, che ricordo con tenerezza. Brava!

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