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Tutta colpa di Trump

quando è troppo facile prendersela con il destino

Erano anni che aspettavo quel momento.

L’avevo sognato così tanto, che quasi non mi sembrava vero che si stesse realizzando.
L’America. Finalmente sarei andata in America.
Meta ormai di routine per molti, scelta facile per le lune di miele: gli abbinamenti New York, Washington DC, Niagara e i Caraibi; attraversare l’oceano per andare ai tropici succede sempre più spesso.
Ma per me non era un viaggio qualunque, una delle tante vacanze. Per me era IL Sogno. Solo a New York il privilegio di esaudirlo. Non c’è America senza la Grande Mela, almeno la prima volta. E non c’è stato alcun dubbio quando anche noi abbiamo scelto la meta per il viaggio di nozze, fatto sei mesi dopo il matrimonio. Io, Luca e Chloe, che aveva 4 anni. Dalia era ancora un altro desiderio in cantiere.

Era appena stato eletto Trump e la cosa ci lasciava alquanto sgomenti e delusi. Era come se percepissi che la sua “presenza” avrebbe rovinato in qualche modo il sogno…

Il primo viaggio così lungo per tutti noi, così lontano. Tante le ore di volo e le classiche paure da aereo bussavano spesso alla mia mente.
Ma il Sogno era più forte. New York, e per di più, a Natale! Per una ragazza cresciuta a pane e film americani, dalle commedie romantiche, a quelle natalizie, film in bianco e nero e nuove serie tv, passeggiare per le strade di Manhattan era il massimo. Mi vedevo entrare da Serendipity e sapere già dove trovare quel tavolino per me famoso, la 5th Avenue e i negozi, il Museo di scienze naturali e immaginarlo vivo, come nel film. Wall Street popolata dagli uomini grigi; e sapevo che mi sarei commossa a Ground Zero.
E’ stato proprio così. Avevo visto talmente tante volte le strade e i grattacieli in tv che l’impressione era quella di esserci già stata.

Noi tre volevamo assaporare tutto.

Viste, profumi, cibo. L’abbiamo girata a piedi, in autobus e metro. Siamo passati per quasi tutti i quartieri, l’abbiamo guardata dall’alto del Top of the Rock, siamo stati nel Bronx perché in fondo speravamo di incrociare qualche personaggio tipico del quartiere. Il MoMa con Andy Warhol, la Statua della Libertà vista dal battello, il ponte Brooklyn attraversato in taxi. Dai tombini usciva il fumo…Era tutto perfetto. Anche se quando siamo entrati al Waldorf Astoria per vedere se fosse davvero grande come appare in tv ci siamo resi conto che non lo era, come del resto i pinguini dello zoo di Central Park non parlavano (per fortuna). Ma a parte questo, era tutto come speravamo, anzi anche meglio.

Come il giorno di Natale.

Da copione nei film si pattina sulla pista di un innevato Central Park, ci si bacia davanti all’albero del Rockefeller Center per poi festeggiare in abito lungo al Plaza. Ma non volevamo vivere il film di tutti, volevamo vivere il nostro.

La Messa Gospel era per noi il Natale americano, la classica, con il coro sull’altare vestito con le tuniche uguali e dello stesso colore. Ci sono molte chiese cristiane a Manhattan e sono organizzate proprio per i turisti che possono prenotarsi il posto. Ma questo sarebbe stato ancora troppo scontato.

Ecco perché passeggiando per una Harlem quasi deserta la mattina del 25 ci siamo imbattuti in una chiesa battista da cui uscivano canti invitanti.

Trovata la nostra messa di Natale!

Non era un rito cattolico, ma è stata la più bella e partecipata della nostra vita. Una stanza piccola, senza finestre e illuminata a neon; la carta da parati chiara e qualche poster all’entrata. I banchi erano vicini e quasi tutti occupati dalle famiglie del quartiere. In fondo, davanti a noi, una pianola e una specie di batteria. La chiesa era riscaldata da una stufa. D’impatto un odore nuovo, diverso, ma di famiglia. Quella che avevamo lasciato in Italia proprio nel giorno dedicato ad essa. Un ambone, quasi sempre vuoto perché il pastore camminava avanti e indietro pregando e cantando. Il coro non aveva le tuniche, ma uomini e donne indossavano vestiti dello stesso colore: chi giacche, chi maglioni, chi tailleur, chi cappelli. Tutti di colore rosso. Due ore e mezza di canti, balli e “Amen”. E siamo usciti pure con il regalo, perché la comunità alla fine della celebrazione offriva in dono giocattoli ai bambini presenti e una busta con qualche dollaro ad ogni famiglia.

Ma il sentirsi parte di quella comunità è stato il miglior regalo.

Per non parlare del pranzo: un menu formato famiglia presso una sottomarca del KFC, consumato assieme ad una cinquantina di sconosciuti, alcuni anche dall’aria poco raccomandabile. Una giornata memorabile.

Un viaggio fantastico.

Che però porta con sé anche un ricordo amaro, di una persona che dopo qualche giorno dal nostro ritorno è venuta a mancare. Era passata a prenderci all’aeroporto perché abitava lì vicino. Abbiamo trascorso qualche ora insieme. Una persona sorridente, empatica, sapeva accogliere. La compagnia migliore per concludere la nostra avventura. Ci eravamo scambiati gli auguri di buon anno, ma non doveva essere questo il finale del sogno…

Me lo sentivo io. L’avevo detto che Trump avrebbe rovinato tutto.

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