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Ugo

Non dorme, non dorme mai. E per addormentarsi vuole che gli legga una storia.
Ma stasera non gli va bene nemmeno la lettura, e mi fa un discorso del tipo: “Senti papà, ormai ho dieci anni e direi che leggermi le storie è una cosa da bambini …”
Fingo stupore, in realtà provo un senso di sollievo e mi vedo già in poltrona a finire l’ultimo giallo di Lansdale.
Ma il sollievo dura poco: “… pensavo che stasera potresti inventarti tu una storia, e raccontarmela, di quelle toste, da grandi …”

Amore, ci provo, chiudi gli occhi.

“… Un urlo e uno sparo, o forse due.
In quest’ordine: prima l’urlo, agghiacciante, e poi uno sparo, o forse due.
E poi basta, silenzio, pioggia, notte, una grattugiata di sangue sul selciato.

Ma Ugo ha un dubbio: stavolta, pensa, c’è qualcosa di più, e anche di peggio.
Lo sa. Lo sente.
Un brivido gli corre lungo il pantalone triste e diventa intermittente sulle cicatrici del fianco sinistro e della schiena.
Ugo si tocca il naso, lo chiama il suo “faro nella notte”, e cerca di annusare il buio rancido.
Ugo conosce il quartiere per i colori, ma soprattutto per gli odori, e il quartiere conosce lui, e non hanno ancora deciso se amarsi oppure odiarsi a vicenda.
Alla fine Ugo e il quartiere si sopportano, perché per un quartiere così è difficile amare un poliziotto anche se non ha mai arrestato nessuno, e usa il calcio della pistola per rompere le noci.
Allora Ugo ascolta il suo naso che taglia fette sottili di notte e si lascia portare dall’impermeabile.

Ritmo afro-scalpicciante sull’asfalto bagnato, “Tra un minuto sentirò l’acqua nel calzino” pensa Ugo maledicendo la scarpa bucata.
Il minuto passa quasi subito, e Ugo è molto nervoso.

Ecco il posto: urlo e sparo, o forse due, sono partiti da qua, certamente; uno strano odore, una puzza stonata, come una spruzzata di borotalco sulla torta di mele.
Ugo si accorge che è sparito il palazzo verde, quei quindici piani di polvere, immondizia e malviventi; perché far sparire un palazzo intero? E verde, per giunta?
Resta un perimetro vuoto, buono per giocare ai quattro cantoni, qualche calcinaccio, e un dito indice mozzato di netto, infilato nella pulsantiera dell’ascensore, al piano 7.
“Ecco chi ha urlato” sussurra Ugo, e intanto un cane si ingolosisce con l’indice; altri borbotii, un colpo di tosse e Ugo si allontana con una sigaretta equilibrista posata sul labbro inferiore.
Ugo è in difficoltà, scatarra un po’ di indecisione, ma è solo un attimo, poi decide di andare da Salvatore, che fa il ricettatore, e che gli deve un favore.
“… Sai, in magazzino ho due palazzi blu, e una villa rosa. Di verde non ho proprio niente” bofonchia Salvatore stropicciandosi gli occhi.
Ugo impreca, il buio è più fitto e continua a piovere, “Devo provare con l’indice, quel dito mi dice qualcosa” e si ricorda di aver notato che la seconda falange ha un callo.
“C’è solo un indice così in tutta la città, … e io so chi è!” e si avvia spedito ghignando alle ombre.
Trova Tommaso: è nascosto dalle curve di Tosca la cantante, e suona maldestramente la marimba con i Nylon, nel mare di fumo di un garage vicino al porto.
“Sei sempre il solito distratto, Tommaso … hai perso un dito a cinque isolati da qui, e stai suonando da schifo con quella benda”
Mentre la notte si accorcia, Ugo pensa che quel palazzo verde avrebbe potuto essere più paziente con i Nylon, anche se facevano un gran casino quando provavano nella cantina.
Ugo capisce che probabilmente non sarebbe mai venuto a capo di niente e che Tommaso avrebbe dovuto continuare a suonare la marimba senza indice.
Ugo decide che probabilmente il giorno dopo si sarebbe comprato un paio di scarpe nuove.
S-ciaf…”

Dorme.

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