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Un augurio che viene da lontano

Non so se l’ho già scritto ma mio figlio è andato a lavorare all’estero.

A Londra per l’esattezza.
E’ andato nell’azienda dei suoi sogni a fare il lavoro dei suoi sogni.

E di conseguenza: come può una mamma obiettare qualcosa? chiedergli di guardarsi intorno in Italia almeno un pò? di aspettare quel tanto perché la sua mamma digerisca l’idea di vederlo andar via?

Ed infatti non ho detto niente.

Anzi ho festeggiato la notizia della sua assunzione.

In effetti ero e sono combattuta da due sentimenti contraddittori.

L’enorme soddisfazione di sapere mio figlio fare un lavoro che amerà e per il quale ha buttato tanto sangue sui libri ed il dolore del distacco da lui e dalle mie abitudini che avevano lui al centro.

Insomma a pochi mesi dalla laurea, lui se ne va: nemmeno un pò a casa a ciondolare, a rimuginare, a mandare curriculum. Niente.

Ed è capitato mentre io stavo andando in pensione, che nemmeno ci potevo credere.

E’ stato tutto un precipitare di eventi più grandi me.

Allora ieri, praticamente per la prima volta, sono entrata nella sua camera – la camera del “mio bambino” –  mi sono seduta sul “suo” letto, ho guardato la “sua” scrivania con le macchinine messe bene in fila, il pc spento, i libri, i fumetti, il cappello del soccer americano abbandonato sul porta abiti, la finestra dalla quale si vede la città.

Il “mio bambino” da adesso scriverà la sua vita da solo.
E’ giusto così, sono felice così.

Mentre ci pensavo i miei occhi sono caduti su un libro messo fuori posto (lui è così preciso ed ordinato che questo fatto mi ha sorpreso), lasciato sul tavolo, un libro della sua infanzia: “Sandokan. La tigre di Mompracem” di Emilio Salgari.

L’ho preso, l’ho accarezzato piano.

L’ho aperto.

Ho visto la dedica che gli avevo scritto tanti anni fa.  Scritta con la grafia rotonda, precisa che si usa quando si scrive ad un bambino.

“Al mio bambino con l’augurio di viaggiare nel mondo. La tua mamma”

Quel malandrino doveva aver previsto tutta la scena. Io che vado in camera sua a cercare il suo odore, ad incontrarlo fra le sue cose e sbattere contro quell’augurio scritto, da me, tanti tanti anni fa e che adesso si è realizzato.

Ed eccomi qui a bocca aperta.

Ad immaginarmelo mentre prende il libro e lo lascia lì sul tavolo.

Mio figlio!

Sorrido.

Mi è piaciuto che sia venuto fuori così.

 

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