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Un ballo a tre

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La pentola borbottava sul fuoco, la padella rimandava il profumo dei pomodorini lasciati ad ammorbidirsi nell’olio.

Cantava mentre l’acqua che scorreva dal rubinetto, le carezzava le mani che lavavano piatti, tazzine.

Amava cantare. Lo faceva sempre.

Persino quando andava a lavorare. L’abitacolo della macchina con la sua insonorizzazione diveniva improvvisamente il Metropolitan, con le luci, con le poltrone numerate.

E lei entrava e, con un vestito splendente, iniziava il suo canto: Ave Maria di Gounod.
Piangendo sempre alla fine della musica, della preghiera, dell’ultima nota cantata.

E poi gli applausi, l’emozione sui volti della gente per quella voce che sapeva graffiare l’anima persino con la dolcezza di una preghiera.

Poi un clacson perentorio la riportava alla realtà e , dismessi i panni della fantasia, tornava all’efficienza, al quotidiano.

Dieci giorni di quarantena però le avevano acuito il desiderio del canto. I figli chiusi nelle loro stanze non la motteggiavano e così tra un Amor mio e un Amami Alfredo, passava con disinvoltura dalla lirica al pop , non disdegnando i canti popolari, avventurandosi, persino, nei multivoce cori degli alpini.

La scopa ora microfono, ora compagna di danza. E le mura, loro malgrado, spettatrici inermi e costrette ad assistere alle trasformazioni vocali della Minnelli, di Mina, della Oxa, della Martini.

Solo il gatto, anarchico e strafottente, dopo la iniziale meraviglia, lasciava il teatro casalingo per più ameni lidi.

Una fuoriuscita di acqua dalla pentola in ebollizione le ricordava il dovere primario.

E il sogno svaniva. Restava una donna prigioniera in casa, in tuta e col grembiule a sistemare nei piatti la pasta da immergere nell’acqua bollente.

Improvvisa una musica vien fuori dalla tv accesa. Stranamente lo zapping si era fermato su un canale e non sulla rete del tg.

Le note di Halleluja e la voce di Leonard Cohen riempivano di magia la sua cucina. Aveva alzato il volume e i suoni avevano invaso tutto il suo essere, liberandolo dalle croste della costante preoccupazione.

Stava immobile ad ascoltare, lasciando che la musica entrasse in lei, centellinandola come si fa col buon vino.

Goccia a goccia, girando meticolosamente il calice.

Mentre permetteva a quella meraviglia di carezzarle il cuore, due mani presero le sue.
:- Mi concede, madame,questo ballo? –

Quando suo figlio era divenuto così alto, così adulto, così uomo?

Iniziarono a danzare. Nella cucina, fra i borbottii di pentola e padella. Ed erano i saloni di Vienna che lei aveva sognato da ragazza. Un vestito ampio, pieno di lustrini e luccicante alle luci dei meravigliosi lampadari. Fra le braccia di un cadetto. I valzer di Strauss.

Era in tuta, era scarmigliata, era senza tacco , condotta nella danza da suo figlio, tanto uomo da capire che si è donne a qualunque età.

Un tocco sulla spalla:- Tocca a me, adesso- Era il piccolo che chiedeva il cambio al fratello . Mai donna si sentì più principessa di lei in quel momento. Aprì le braccia e li avvolse entrambi in un abbraccio.

Mentre Cohen cantava, la pasta bolliva, la padella friggeva, e una lacrima sostava sul volto di una madre. E lei diventai io e quei due ballerini li avevo cullati fino al giorno prima.

Un inchino e tutti ai posti di combattimento.

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Scrivi per passione ed hai fra le tue numerose passioni quello di scrivere: si vede e si sente perché le tue parole arrivano dentro. Brava!

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