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Un Capodanno sorprendente

Fine anni settanta.

A Napoli, il Capodanno era ancora come da tradizione.
Anche qualche ora prima della mezzanotte cominciava la guerra dei fuochi tra palazzo e palazzo, caseggiato e villino, in ogni strada, nei vicoli, in collina, nei quartieri bene.

Vivevo a Fuorigrotta, un quartiere abbastanza popolare nel quale non ci si tirava indietro, nella notte di Capodanno, a sparare per mostrare capacità di spesa e status sociale, acquistando un volume di fuochi adeguato: tric trac, botte a muro, razzi, castagnole e girandole.

Abitavo al primo piano rialzato di un palazzo di numerosi appartamenti con una terrazza molto spaziosa e sulla quale affacciavano i balconi della cucina e delle stanze interne dei sette piani sopra di me.
Tutti gli inquilini preferivano sparare verso la strada, ma, spesso e più di uno, c’era chi si divertiva a fare esplodere un rumorosissimo tric tric o una potente botta a muro sul pavimento della mia terrazza.

Quell’anno avevo invitato gli amici di un club al quale ero affiliato in quegli anni.
Tutte facce note ma non tutti frequentati abitualmente.

Dopo la cena – mentre in tutta Napoli cresceva l’intensità degli spari – prima di scendere giù, dove saremmo rimasti per di più nell’androne del palazzo – ma sfidando anche di mettere il naso in strada – per contemplare la vivacità degli spari, i balconi arrossati dai fumogeni, le bancarelle abbandonate che prendevano fuoco, qualche rara automobile usata come bersaglio, uscimmo in terrazza a brindare, a gridare gli slogan del club, a fare qualche passo di ballo.

Io tenevo sempre un occhio verso i balconi, attento ad avvertire il gruppo qualora se ne fosse aperto qualcuno, perchè ne sarebbe seguito, di lì a poco, un lancio del “fuoco”.

Inaspettatamente uno dei miei amici, che veniva da fuori Napoli, che avevo visto arrivare con una borsa piuttosto grande, nella quale pensavo portasse una scorta di fuochi, uscì sulla terrazza impugnando un sassofono dal quale fece uscire note potenti ed altissime..

La melodia era di un jazzista americano, ripetuta con forza e perfettamente intonata.

Ecco che si apre un balcone verso il quarto piano. Mi aspetto il lancio.
Ed invece esce un signore di mezza età con una tromba e si mette a suonare anche lui.

Passano pochi minuti: altro balcone che si apre e stavolta ad uscire è una ragazza con un tamburello suonato con maestria.

Rimanemmo tutti sbalorditi.

Via via altri tre o quattro balconi si aprono e si affacciano persone.
Stavolta cantano; ed intonano un ritornello : Funiculì funicolà. Sax e tromba si allineano alla melodia.

Ne nasce un incredibile jam session.

Passiamo mezzanotte così, senza accorgercene.
La musica improvvisa, quella musica gridata sopra il rumore dei fuochi, ci ha stregato.

Siamo felici, ridiamo e ci abbracciamo, ci intrecciamo a cantare e ballare,  ripetendo quelle strofe più e più volte.

Sembriamo davvero quegli zingari felici di una canzone in voga in quegli anni.

Ho perso di vista quell’amico del club; ricordo il suo nome: Lello.

Gli devo una notte di Capodanno sorprendente.

Che ricordo ancora, impastata delle nostalgie della giovinezza e delle belle speranze di quegli anni.

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Published inGenerale
  1. Alberto Alberto

    E’ possibile che il Lello di cui si parla sia anche un fotografo, e pure bravo?

    • PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

      Si è proprio lui.

  2. Alberto Alberto

    Sarebbe bello se pubblicaste sue foto su CONTAME. Quelle che ho visto io sono davvero notevolu.

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