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Una brutta storia

Non ricordo il nome di quella bambina ma, spesso la vedo nei miei incubi. Quei suoi occhi sbrarrati tornano ancora a guardarmi e mi lasciano, sempre, una sensazione amara e dolorosa.
Avrò avuto 15/16 anni e, assieme a mia cognata facevo sempre quella strada per andare da amici. La vedevo seduta sullo scalino, assieme al fratellino più piccolo e sempre mi chiedevo chi badasse a quei due piccoli bambini che se ne stavano soli a giocare sul ciglio della strada.

La casa era semidiroccata e loro due non erano ben messi. Indossavano vestiti smessi da qualcuno, troppo grandi o troppo piccoli. Lei, la bambina aveva atteggiamenti protettivi, cercava di prendere in braccio il fratellino e quando ci vedeva passare ci salutava con la manina. Un giorno mi feci coraggio e le chiesi dove fosse la mamma e lei mi rispose:- non lo so.- Una tenda impediva di vedere all’interno della camera e quando bussai non mi rispose nessuno. Tornai a casa inquieta, non mi sentivo a mio agio pensando a quei due bambini soli senza nessuno che badasse a loro. Fu mia zia a darmi una spiegazione su quel dubbio che manifestai. I bambini stavano sempre soli intanto che la loro mamma faceva le pulizie in un appartamento vicino.

Intanto si avvicinava l’inverno e vederli li a prendere freddo mi fece riflettere su come potevo aiutarli. Avrei potuto portarle qualcosa ma volevo sapere di più, volevo capire perchè se ne stessero all’aperto invece di starsene all’interno di quella casa malandata, così chiesi alla bambina il motivo che la spingeva a starsene al freddo con quel piccolo fratellino e lei mi rispose tranquillamente:- dentro c’è buio e io ho paura del buio. Rimasi scioccata. Venni a sapere che le avevano staccato la corrente e, appena la mamma usciva, uscivano anche loro per non starsene al buio.

Che fare, a chi chiedete aiuto per quei due piccoli bimbi? Pensai a suor Francesca, la mia burbera e dolcissima amica, ci andai e le parlai di loro, le raccontai di quello che avevo visto e che, grazie alla bimba, ora sapevo. Il padre li aveva lasciati diceva lei, in realtà era finito in carcere per truffa e la madre si arrangiava in tanti modi, alcuni poco ortodossi. Suor Francesca mi promise che si sarebbe interessata di loro ma, non ce ne fu il tempo.

Avvenne tutto solo pochi giorni dopo, sentii urlare e immediatamente apparve una donna che conoscevo, abitava nella stessa strada dei bambini. Stringeva in mano una vaschetta vuota e gridava:- L’ho spenta. Aiuto!-

Quel gelo lo sto sentendo anche adesso che scrivo, quello che vidi mi rimarrà impresso per tutta la vita.

Lei, quella piccola bambina era d’avanti a me, non piangeva aveva solo gli occhi sbarrati e con le sue stesse manine, si staccava lembi di vestito e di pelle. Non mi soffermai su mia cognata che nel frattempo era svenuta, la avvolsi alla meglio in un lenzuolo che una vicina mi porgeva e corsi gridando cercando aiuto.

Un uomo ci portò in macchina al più vicino ospedale e lì la lasciai nelle mani dei medici. Poi piansi, non riuscivo a fermarmi.

Soffrì per due giorni interi poi si addormentò per sempre.

Seppi dopo che stava accendendo un fiammifero per fare luce con una candela e aveva preso fuoco il suo vestitino. Fu mia madre che si occupò di tutto, tenne anche il fratellino intanto che quella povera madre riuscì a raccogliere le sue cose e poi se ne tornò dalla sua famiglia.

Ricordo i funerali, suo padre era disperato ( lo avevano fatto uscire ) si dava la colpa per quella tragedia e per la miseria a cui aveva condannato la famiglia.

Io ho un rimorso vecchio di tanti anni, ho cercato di rimediare, di occuparmi di bambini, di espormi sempre in loro difesa, senza perdere tempo, senza aspettare che altri facciano qualcosa.

Quando si tratta di bambini si deve agire subito.

nell’immagine: foto di Letizia Battaglia (dal Diario, Castelvecchi Editore)

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