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Una Memoria

Volevo fare il cinema, perché ero convinto di avere “molte cose da dire”.

Non mi bastava più il teatro, la musica, la scrittura, la fotografia, la famiglia, due figlie, il lavoro dietro casa.
Per esprimermi volevo fare il cinema, quello d’autore.
Allora faccio domanda per entrare nel gruppo veneto di Ipotesi Cinema, la scuola-bottega di Ermanno Olmi che aveva sede a Bassano.

Conoscevo i film di Olmi perché, cercando un contributo audiovisivo per un corso di neo-assunti, mi ero imbattuto in una delle sue prime opere, IL POSTO, che mi aveva folgorato.
Nel 1989 non c’erano ancora i dvd e credo di aver consumato il nastro di quella vhs riguardando all’infinito alcune immagini, una in particolare: test collettivo di assunzione in una grande industria metalmeccanica; tutti i candidati, seduti sui banchi, ricevono un foglio e devono risolvere un problema; inquadratura fissa su un uomo, non più giovane, che lentamente si prende la testa tra le mani e, sconfitto, la appoggia sul tavolo.
Da qual momento ho voluto vedere tutti i suoi film, con la voglia di capire, aspettando gli scarsi dialoghi, tentando di dare un significato ai movimenti di macchina.

Comunque Ipotesi Cinema prevede lezioni con frequenza obbligatoria, così chiedo e ottengo un periodo di aspettativa dal lavoro.
Immagino già la rutilante atmosfera del set, i macchinisti in attesa di ordini, i ciak, il carrello.
Quando entro la prima volta nella sede di Ipotesi Cinema, la mattina del 31 ottobre 1989, regna un silenzio assoluto, l’atmosfera è monastica.
Quella mattina siamo in cinque, età e provenienze diverse; le presentazioni durano qualche minuto, nemmeno il tempo di sederci.

Mi mettono in mano una cinepresa, ce n’è una a testa.
Toni, uno dei docenti, ci dice “… il pulsante della macchina è questo qua … andate pure … ci vediamo stasera …”

Sono per strada, a Bassano, con una cinepresa in mano, senza sapere cosa fare, senza carrelli, senza ciak, senza atmosfera rutilante del set.
Mi sembra di essere un fotografo di matrimoni, senza matrimoni.
Mi dirigo verso il centro, la cinepresa è di notevoli dimensioni, pesa, e mi imbarazza.
Mi accodo distrattamente ad un gruppo di donne anziane che camminano a piccoli passi.
Seguendole arrivo davanti al cimitero di Bassano, entro, sono a disagio.
Il piccolo gruppo di donne si disperde subito, appena entrate, ognuna diretta al suo ricordo.
Nel silenzio freddo e nebbioso una vecchia si inginocchia sopra una lapide piccola.
E’ davanti a me, schiaccio il pulsante di ripresa, e il clic attira la sua attenzione.
Resto immobile, con la cinepresa in mano, la vecchietta gira lentamente il capo verso di me, mi guarda e bisbiglia “ … l’era bon … l’era tanto bon …” facendosi il segno di croce.

Sono nella parte di cimitero riservata ai defunti più piccoli, e queste vecchie sembrano tante nonne venute ad accudire i nipoti.
Invece sono per lo più sorelle di piccoli che sono morti molto tempo fa.
“ … l’era bon …” è morto nel 1943, di tetano, a causa della guerra la famiglia non è riuscita a trovare in tempo la penicillina.

Le osservo tutte, le ascolto, riprendo tutto.

Rientro a Ipotesi Cinema che è quasi buio, stordito dal freddo.
“… forse più tardi arriva il Maestro … “ sento dire nei corridoi “… vuole vedere un po’ di “girato” …”

In realtà il Maestro è già arrivato, io lo vedo di spalle, seduto nella sala di proiezione, che guarda lo schermo pieno delle immagini raccolte nella giornata di ripresa.
Olmi commenta a voce bassa con gli studenti più grandi seduti in adorazione attorno a lui.
Ma non serve che il Maestro mi dica nulla.
Ho capito la pedagogia della scuola, il senso di quella che viene chiamata “Postazione della Memoria”.
Sono stato una giornata intera in postazione, come un soldato in attesa del nemico, e alla fine ho sorpreso la realtà così com’è, senza preconcetti.
Stando in postazione ho ricavato dalla realtà una lezione che ho dovuto filtrare dentro di me, per poterne dare un’espressione più sincera possibile.
Ma soprattutto so di aver garantito la sopravvivenza della memoria.
“… l’era bon … l’era tanto bon …” si chiamava Beniamino, di anni 11.

(la foto di Ermanno Olmi, 2013, è della rivista Panorama)

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1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Per un attimo, per più di un attimo, ho temuto volessi, anche tu, parlare di un episodio legato alla Shoa.
    Sono molto felice di essermi sbagliato; il tuo stile intimista e stretto sulle cose che racconta, come fosse una ripresa puntata sul volto dei personaggi, mi intriga molto.
    Bravo!

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