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Una storia d’amore

Un jet è fermo con i motori accesi sulla pista all’aeroporto di London City. Siamo agli inizi degli anni novanta.

Due soli passeggeri.

Lei giovane, elegante, affascinante e con un nome difficile da dimenticare: Dianora. Lui più anziano, un fisico tarchiato con un faccia larga e due occhi taglienti, è un Conte, un uomo di affari, un banchiere.

Stanno per partire con il jet privato come altre decine di volte, ma stavolta, quando i motori cominciano a girare al massimo, lei ha uno stordimento, una fitta alla testa, si accascia. Immediato il ricovero in una clinica privata: accertamenti, analisi, infine la diagnosi: tumore al cervello con prognosi infausta.

Comincia per i coniugi Auletta lo stesso calvario di tanti comuni mortali. Non ci si rassegna ad una prognosi terribile, si cerca affannosamente un filo di speranza nel volto di medici, professori, luminari in luoghi diversi. Ovunque, però, è lo stesso agghiacciante responso: una sconsolata dichiarazione di resa, la presa d’atto della inadeguatezza delle conoscenze della medicina di fronte a certi tipi di malattie: non c’è cura, non c’è rimedio, non c’è speranza.

Il destino è molto crudele con il Conte, nonostante i soldi, le sue conoscenze e le sue frequentazioni internazionali – lui è membro accreditato del Trilateral Council – non può fare nulla per salvare quello che gli è più caro al mondo: la giovane consorte, Dianora.

Il pellegrinaggio della speranza del Conte Giovanni Auletta di Armenise e della consorte Dianora Bertacchini si conclude al Massachusetts General Hospital e alla Harvard Medical School. Lì si rendono conto che nemmeno le cure più sofisticate e d’avanguardia possono salvare la vita della donna.

In quel drammatico frangente il Conte conosce il Rettore della Harvard Medical, dottor Daniel C. Tosteson, convinto sostenitore della ricerca di base per approfondire la conoscenza dei meccanismi biologici che presiedono all’insorgenza delle malattie più distruttive che colpiscono la materia vivente.

Dianora Bertacchini muore nel 1994. Per il Conte Auletta è un colpo tremendo. La sua faccia, che poteva volgersi in un attimo dalla bonarietà paciosa alla maschera orribile della rabbia, adesso è immota in un perenne stato di malinconia.

Se l’uomo è distrutto, l’uomo di affari – il banchiere proprietario della banca privata più grande, la Banca Nazionale dell’Agricoltura, quello che aveva rintuzzato gli assalti dei banchieri rivali che volevano sottrargli il controllo della banca, pezzi da novanta come Rondelli, Sindona, Micheli e Gennari – è pronto a mollare.

Ha in mente un progetto, il suo pegno d’amore per l’adorata Dianora.

Vende la finanziaria che ha il controllo della banca a Cesare Geronzi e Pellegrino Capaldo, che sostenuti dalla Banca d’Italia e da Andreotti, gli hanno sferrato l’ultimo attacco.

Con la maggior parte dell’ingente ricavato, fonda nel 1996, assieme al Dottor Tosteson, una Fondazione che avrà sede presso la Harvard Medical School di Boston. Intitola la Fondazione all’omonimo zio, al quale deve il titolo nobiliare, due aziende farmaceutiche, due miniere e la banca appena venduta, Giovanni Armenise.

La missione della Fondazione Giovanni Armenise-Harvard era ed è tuttora quella di sviluppare le ricerche nel campo delle scienze biologiche in Italia e negli Stati Uniti, incoraggiando il rimpatrio dei ricercatori italiani dai laboratori esteri e attirare in Italia ricercatori stranieri.

La Fondazione ha investito in Italia oltre 31 milioni di dollari consentendo il rientro di 22 scienziati.

Questi giovani, ai quali vengono messi a disposizione 200.000 dollari all’anno per 3 o 5 anni, hanno creato i loro laboratori in Italia nei settori più diversi dalle neuroscienze alla botanica, dalla biochimica all’immunologia, dalla biologia del cancro, fino alla proteomica e genetica e alla biologia sintetica.

Il Conte muore nel 2013.

Il progetto è ancora oggi pienamente operante. Alla guida della Fondazione c’è il figlio del Conte, Giampiero, che ha lasciato tutti gli incarichi manageriali per dedicarsi alla famiglia e alla continuazione del progetto del padre.

La storia di Dianora e Giovanni è una bellissima storia d’amore. Ha cambiato il destino di migliaia di persone.

(nella foto l’ingresso della Harvard Medical School di Boston) 

 

Pubblicato inAmore

12 Commenti

  1. Antonio Virgilio Antonio Virgilio

    Una storia commovente che in gran parte conoscevo. Se la fondazione è ancora in essere e continua la sua opera, fa onore al Conte Auletta e alla famiglia.
    Io che ho avuto la possibilità di una vita più che dignitosa, avendomi dato la possibilità di lavorare nella grande B.N.A. dal 1969 al 1998 , dandomi la possibilità di formare una bella famiglia, non posso non esserne sempre riconoscente. Riguardo alla vendita, credo sia stato costretto dalle circostanze, è stato citato Andreotti e Geronzi due mostri della politica e dell’economia italiana..

  2. salvatore maggi 1967/2004 salvatore maggi 1967/2004

    LA BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA E’ RIMASTA NEL CUORE DI TUTTI NOI EX DIPENDENTI ,ANCHE SUCCESSIVAMENTE A TUTTI I VARI PASSAGGI, DA ANTONVENETA A CARIGE,E MPS.TUTTO QUELLO CHE HO AVUTO MODO DI LEGGERE QUESTA MATTINA ,NON FA ALTRO CHE AUMENTARE LA STIMA VERSO IL CONTE AULETTA ,E VERSO IL FIGLIO GIAMPIERO CHE,A QUANTO DITE, STA PROCEDENDO SULLE ORME DEL PADRE,PER QUANTO RIGUARDA LA RICERCA.

  3. Lamberto Bellocchio Lamberto Bellocchio

    Una storia d’altri tempi, molto bella .

  4. Giacomo Latini Giacomo Latini

    Come dipendente della BNA posso dire che il conte è stato un grande presidente ,prima di tutto umano verso i dipendenti e le maestranze ,lo conosciuto 👍

  5. Mario Martello Mario Martello

    Molto bella, commovente questa storia, per me assolutamente nuova e sorprendente.
    Una storia drammaticamente vera che Pier ha saputo da par suo raccontare in modo toccante ed intenso. I registri dell’Amore e del Dolore sfociano inevitabilmente in quello della disperazione che trova però la forza di generare una grossa, importante spinta alla Vita con la creazione della Fondazione.
    Ho avuto occasione di incontrare molte persone che hanno vissuto in gran parte la loro vita professionale in BNA e mi ha sempre colpito il fatto che in larghissima maggioranza veniva sempre espresso un profondo ed orgoglioso senso di appartenenza a quella realtà che non era solo professionale.

  6. Enzo Viglietti Enzo Viglietti

    Non conoscevo questa storia bellissima e commovente . Ringrazio Piero per avemela fatta conoscere.Personalmente ero gia legatissimo alla BNA adesso lo sarò ancora di più.

  7. Luigi Di Giovine Luigi Di Giovine

    La BNA per me é stata una vera famiglia tant’ é vero che sono legato ancora a tanti colleghi, purtroppo sono stato anche uno dei primi dipendenti a cambiar casacca, passando all’ ANTONVENETA mentre ero a Roma per un seminario per conto della Filiale di Milano. Oggi rimpiango molto quel bel periodo è ancora di piu ora che ho conosciuto i motivi che hanno portato il Conte Auletta a cedere la Banca.

  8. Alfredo Filocamo Alfredo Filocamo

    Il Presidente Conte Auletta Armenise e Signora : due splendide persone che ho avuto il piacere di seguire e conoscere , così come il figlio Gianpiero. Unica amarezza non essere stato presente, vicino a Loro , in momenti delicati e quando venne a mancare. Spero che il Dr Gianpiero abbia ancora mantenuto, forse ignorandolo, piccoli pensieri. Con grande Rispettoso Affetto. Alfredo Filocamo

  9. Bezzo Bezzo

    Non conoscevo questa storia Grazie Piero per averla divulgata È veramente una bellissima storia d’amore

  10. Alessandro Alessandro

    Bella e commovente storia, che conferma il positivo giudizio sulla banca e sul presidente, che ho avuto la fortuna di conoscere. Grazie Pier

  11. nino vento nino vento

    Sono stato un dipendente della BNA soltanto pochi anni ma mi sono sempre sentito parte di questa grande famiglia e tantissima è stata la gioia quando ci siamo ritrovati in Antonveneta. Del Conte Auletta tante storie ho conosciuto ma questa conferma la sua nobiltà ed il suo amore per la moglie.

  12. Franco Felisatti Franco Felisatti

    Ho avuto l’onore e il piacere di avere la Sua presenza, unitamente all’amministratore delegato dr. Ulpiano Quaranta e al D.G. della Banca, all’inaugurazione per l’apertura della filiale di Civitanova Marche, al momento dell’inaugurazione della stessa, dopo l’autorizzazione della Banca di Italia, anno 1970, che poi ho diretto per cinque anni successivi.
    Franco Felisatti

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