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Vacanze

Un sole caldo e luminosissimo, quale poteva essere quello della tarda mattinata di una qualsiasi giornata dei primi di luglio del 1946, accolse alla stazione di Lecce l’ansimante sbuffare della locomotiva a vapore che si trascinava dietro il lungo treno partito da Roma circa 11 ore prima.

Veramente quel lungo treno con vagoni di 1°, 2° e 3° classe, alla partenza era trainato da un locomotore che aveva dovuto cedere il passo alla locomotiva alla stazione di Brindisi o a quella di Bari ( questo particolare ormai mi sfugge) perchè la elettrificazione della rete ferroviaria terminava in una di quelle due stazioni. Da Lecce avremmo proseguito, mia Madre, mio fratello ed io, con la littorina delle Ferrovie Sud Est per raggiungere la nostra destinazione finale, a circa 20 chilometri da Lecce.

Il paese ove eravamo diretti e dove avremmo trascorso i mesi di vacanza estivi, era il paese nativo di mio Padre e vi risiedevano molti zii e cugini, dei quali saremmo stati ospiti. Vi avevamo trascorso un intero anno dalla seconda metà del 1944, dopo la liberazione di Roma e tornammo ogni anno sin verso l’inizio degli anni ’50 per trascorrervi le vacanze estive.

Il paese, che contava circa 13.000 abitanti, aveva due stazioni ferroviarie, una di “ campagna“ ed una di “città “. Noi scendemmo alla prima. Nel piazzale antistante sostava lo sciaraballe, una sorta di diligenza a cavalli, che trasportò noi ed altri viaggiatori sino in paese. Giungemmo cosi alla piazza principale, sulla quale affacciavano l’ufficio postale, il giornalaio, una piccola banca locale, una barberia e il Circolo frequentato dai possidenti del posto, dai professionisti, dalle persone maggiormente in vista. Naturalmente la frequentazione del Circolo era rigorosamente riservata agli uomini. Comunque tutte queste cose e tante altre ancora le avremmo apprese gradualmente nelle settimane e negli anni successivi, con una capacità di comprensione che accompagnava la nostra crescita.

In piazza avvenne il primo contatto con qualcuno di famiglia venuto ad accoglierci e mio fratello ed io dovemmo subire il primo profluvio di : “..na ! ce beddu !…ce rrande ca s’ha fattu !…tuttu siresa ede ! (che bello!…come s’è fatto grande ! è tutto suo padre!…) il tutto condito con dovizia di baci, non sempre piacevolissimi a causa di robuste pelurie che adornavano le labbra di qualche anziana parente, dall’abbondante salivazione…E questo era solo l’antipasto di quanto sarebbe avvenuto nei giorni successivi, ad ogni incontro con parenti o conoscenti.
Io e mio fratello (8 anni io, 6 lui ), data l’ora, anelavamo ad un altro genere di antipasto, quello …tradizionale, e quindi spingevamo per avviarci speditamente verso casa ove giungemmo finalmente dopo una decina di minuti, amorevolmente assistiti lungo il tragitto da un sole premuroso ed incandescente, come si addiceva all’ora ed alla stagione.
Tuzzammo (bussammo) col battacchio; l’apertura del portone, comandata dal piano superiore con una cordella che faceva scattare la serratura, dischiuse la vista sulla lunga, erta scala che portava al primo piano ove si trovava la parte più vissuta dell’abitazione: il salotto, le stanze da letto e tra l’altro l’agognata sala da pranzo per raggiungere la quale altri ostacoli si frapponevano oltre alla lunga scala. Il maggiore di questi ostacoli era la schiera di parenti e di collaboratrici a metà strada tra famigli ed “associate” domestiche ( ruolo difficile da definire ma di grande utilità reciproca; una di costoro ha poi ereditato una parte della casa…). Tutti erano in trepida attesa in cima alla scala, ansiosi di abbracciarci, baciarci, accarezzarci e “commentarci”: somiglianze, crescita, bellezza e quant’altro.
Superati alfine scala e baluardo umano, guadagnammo terreno verso la sala da pranzo ma avevamo ancora un passaggio da attraversare: giustamente occorreva lavarsi (…e non solo). Questa incombenza era un po’ più laboriosa che in città. In quasi tutte le case mancava l’acqua corrente che vi fu portata gradualmente solo in anni successivi. Ci si lavava in recipienti che andavano dai bacili più semplici a quelli più decorati ed impreziositi, con supporti dai più elementari alle toilettes più raffinate che avevano contenitori più vicini a veri e propri lavabi basculanti (per lo svuotamento dell’acqua).
L’acqua era versata nei bacili o lavabi avvalendosi di alte brocche che facevano parte dell’arredo. Queste strutture di servizio, non necessitando di impianti di scarico, erano collocate spesso direttamente nelle camere da letto o in qualche locale adiacente oppure nella stanza da bagno.

Soddisfatta questa esigenza eravamo finalmente pronti per il pranzo e, prima ancora che per il pranzo, per la “visione” della sala da pranzo.
Non bisogna dimenticare che ci trovavamo negli anni immediatamente a ridosso della fine della guerra durante la quale tutti – chi più chi meno – avevano accumulato dei conti in sospeso con il cibo, specialmente chi era vissuto in città.
La porta della sala da pranzo fu finalmente aperta ma vi regnava un buio assoluto; gli scuri, infatti, erano tenuti accostati per difendere l’ambiente dal sole e dalle mosche. Gli scuri vennero aperti e non il sole ma una splendente luminosità inondò la sala consentendoci una vera e propria visione per descrivere la quale solo una bellissima pagina di Salvatore Di Giacomo può essere adeguata:

E che ce steva esposto! ‘A meglia carne,
‘o meglio pesce, ‘e frutte cchiù assurtite,
cchiù gentile e cchiù ffine:
‘a mela, ‘a pera, ‘o fenucchiello, ‘a fava,
‘a nanassa, ‘o mellone,
Il’ uva, ‘e nnoce, ‘e bbanane, ‘e mandarine,
e tutto ‘o bbene ‘e Dio fore staggione.

( Salvatore Di Giacomo- Lassammo fa’ Dio )

S’iniziò con un brodo di piccione che per tradizione veniva proposto sempre a chi aveva affrontato un viaggio lungo come il nostro.
Seguirono piatti della migliore tradizione familiare con la dovuta attenzione ad evitare in quel primo giorno preparazioni che potessero risultare pesanti.
Io mangiavo ma di tanto in tanto m’incantavo a guardare le fruttiere stracolme e, come se ciò non bastasse, mi soffermavo sui panieri traboccanti di frutta che facevano bella mostra di sé in due quadri che abbellivano le pareti della sala.
Al termine del pranzo, io e mio fratello satolli eravamo pronti per il riposino post prandium al quale eravamo obbligati; soprattutto però eravamo già pronti alla colazione del mattino successivo che si annunciava particolarmente ricca e varia, come potevano testimoniare esperienze trascorse.
Il nostro sogno venne amaramente interrotto sul nascere da un annuncio perentorio di nostra Madre : “ allora ragazzi, domani mattina purga!! “
E purga fu!!
Questa era la ferrea usanza per i ragazzi quando cambiavano aria!!…

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Published inGeneraleViaggi
    • Mario Martello Mario Martello

      In effetti io ho conosciuto questa poesia bellissima quando, molto giovane, ricevetti in regalo un disco con quella storica incisione che ho ascoltato molte volte tanto da impararne a memoria diversi brani. Quella recitazione non l’ho mai dimenticata !…Il disco l’ho purtroppo perso non so come, non so quando…

  1. Anna Maria Lunardon Anna Maria Lunardon

    Storia ben descritta , con attenta scelta delle parole e in cui traspare un po’ di nostalgia per una semplicità e una gioia nel rivivere momenti dell’infanzia.
    Io sono nata un po’ dopo , ma le mie visite a San Giorgio Jonico a trovare mio nonno erano proprio così.

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