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Vivere d’amore

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Il televisore, 60 pollici di modernità elettronica, dipana le sue storie indifferente a tutto ciò che lo circonda: un divano, due poltrone, un tavolino di cristallo atteso ad abbellire un ambiente moderno, giovane, di quelli che lasciano un pò sorpresi quando ci si rendesse conto che si tratta dell’abituale parterre, sereno e routinante, di una classica coppia italiana: forse anche contenta del proprio divenire, forse mediamente soddisfatta, di certo a chiedersi di tanto in tanto il perché di un vivere, in fondo e ben nascosto, del tutto differente da ciò che si sarebbe voluto.

Voci! In lontananza, soffuse di un discorrere tranquillo che si arrampica su dalle scale di un interrato ad affacciarsi su di un giardino di ulivi che circonda la casa. Un interrato, che in tempi nemmeno molto lontani, è stato trasformato in sala cucina e ritrovo per gli amici, per le feste comandate, per quei momenti di convivialità che, saturi del tran tran quotidiano, rendono la stesso più vivibile anche se, come ritrovo, da un pò fa più da riserva indiana per due sole persone!

Fuori tra gli alberi di quel giardino, nel cielo sopra la casa, nell’infinito nascosto da nuvole nere a piangere da ore, l’inverno recita la propria parte non tralasciando scrosci violenti quali lacrime di un dio pentito; un vento sferzante contorce rami, cespugli, in un mulinare di foglie che sembrano un sabba infernale nel mentre di un freddo gelido a recitare i propri sottozero con quell’estrema disinvoltura di chi sfrontato reclamasse la propria supremazia.

Sotto il televisore un caminetto: vestigia antica in cui la legna ad ardere rende favori soddisfatti ad un tiraggio da maniero inglese. I ceppi bruciano allegri il proprio ruolo mentre, faville ribelli, sferzano l’intorno bruciacchiando, qui e là, una pelle bicolore di una fassona passata a miglior vita che accoglie e mostra quelle piccole cicatrici con orgoglio; lei sa, per chimico trattamento, che non corre rischi di bruciarsi più di tanto e del resto, già da un pò, nulla più arde, passione o no, sotto quel tetto.

Le voci si avvicinano. La scena della cena ha trovato la propria replica; hanno parlato del più e del meno, sorridendosi di una reciprocità troppo mostrata per essere vera. Le stoviglie sono state lavate e riposte, tutto adesso è nell’ordine costituito; la porta sul giardino è ben chiusa e salgono i gradini di una scala che, gradino di granito dopo granito di gradino, li porta a quello spettacolo televisivo che li attende: quando in simbiosi, quando ognuno per sé.
Litigano, scherzando e sorridendo, il possesso del telecomando che, verga di potere, sembra lanciare segnali rosso fuoco. Corrono i canali in quella ricerca estemporanea di qualcosa di interessante: ora un telegiornale, ora una soubrette a fingere di recitare, ora la smorfia fintamente irata di un politico ad avercela con qualcuno; il tutto saltando a piè pari quelle stupide pubblicità delle quali nessuna di senso compiuto.

Immagini fugaci a scorrere indifferenti all’indifferenza che le accoglie. Si passa così al satellite. Si alterna il tedesco all’inglese, lo spagnolo al francese mentre la ricerca continua e corre veloce, poi, lei: -… torna indietro un attimo …- fa tra lo stupito e l’incuriosito. Lui esegue travolto dall’apatia di quella ricerca e la scena è lì, di nuovo, forte, esplicita, nuda del nudo integrale dei due corpi avvinghiati.

Si guardano per un attimo fugace: -… cambia …- fa lei nel mentre che la lingua le passa sulle labbra rosso fuoco come le guance che ne tradiscono l’imbarazzo. Esegue di nuovo come un automa, ma poi ritorna di nuovo sui propri tasti, alza il volume ed insieme ascoltano i gemiti, i sospiri, le parole che, senza veli e nude, colpiscono ben più di ogni singolo frame. Il telecomando gli scivola dalle mani e cadendo segna il gong di un incontro: “ SESSO! Perdio!” pensano entrambi ed all’unisono.

Si vedono! Lei inumidisce le labbra tradendo una sensazione profonda che lungi dal metterla a disagio diffonde feromoni improvvisamente impazziti; dal suo canto lui mostra evidenti gli effetti che la lingua della compagna, più che le immagini ed i suoni, ha fatto esplodere sotto la tuta. Gli occhi si cercano come quelle mani a correre l’una verso l’altra, come quella coscia che spunta dalla vestaglia, come quel membro che urla la propria fame, come le lingue affamate che finalmente si trovano.

Lui sorseggia il tè che lei gli ha preparato; lei scopre le gambe invitandolo al tocco; lui sposta le sue mutandine velate; lei gli offre le cosce adesso scoperte; si avvicinano con la sicurezza, entrambi, del cacciatore prossimo alla preda. Si bramano di un intenso volere, si trovano sempre più assetati l’uno dell’altra, presi da quei corpi che si scoprono, da quei sessi che si offrono; da quell’essersi trovati dopo anni luce di vita raccontata da un lontano viciniore.

Lui spinge il tatto sul serico monte; lei, padrona decisa a comandare si china a suggere e a dare piacere; lui, novello indiana, esplora il suo umido sentire al di sotto di un intimo impudico; lei impugna, stringe dell’altro, il desiderio impennato; lui trova il gioiello nascosto: lo titilla, lo sfiora, lo stringe facendola gemere, lei si inarca riprendendo a succhiare mentre uno dopo l’altro indumenti cadono afflitti precipitando dall’alto di quei corpi in corsa verso il cielo.

Ed è istinto, puro, semplice, animale! Sono odori profumi che, atmosfere spontanee, si confondono con quelli della legna nel fuoco il cui ardere è poca cosa rispetto al calor bianco di una passione fin lì sottaciuta e stanca. Sono brividi dal profondo, carezze sensualmente gentili e violente, delicate e profonde, peccaminose e celestiali. Sono messaggi in una lingua che entrambi sembravano aver dimenticato: è l’amore fisico a ritrovar quello trascendente del cuore e con lui di nuovo si fonde.

Un capezzolo appuntito teso adesso marchia a fuoco il petto villoso, lei agita la propria frenetica vellutata bagnata voglia che ha avvolto, aderendovi, la lancia rosso carminio. I movimenti sono in sincrono come i respiri, come le lingue che si ricorrono: lo sfregarsi pelle a pelle, il sesso a sesso, piacere nel piacere, brivido dopo brivido, sguardo dopo sguardo. -… leccami …- le dice in un afflato voglioso e lei gli rende il gesto animale di quel gusto ancestrale: palpitano e fremono insieme!

I movimenti accelerano; i gemiti si sommano. -…voglio la tua voglia, adesso! dentro di me, calda, prepotente, ora …- si racconta lei nel suo pretendere tutto. -… eccomi …- le risponde ansimando – sono tuo adesso, accoglimi!- Arrivano quali disperati viandanti ad essersi finalmente ritrovati in una notte di tregenda. Lei vibra i seni turgidi e tesi di piacere allo zenit, lui le esplode dentro vergando nell’attimo l’ossimoro di un possedere posseduto; ansimano entrambi: pelle a godere di pelle!

Sono l’uno sull’altro dolcemente a coccolarsi: corpi ad aver goduto, sensi ad aver amato; anime ad essersi ritrovate. Lei profuma d’amore nella naturale propria spontaneità; lui la guarda come godendo di un sogno che si è avverato; lei ne carezza il viso, mentre lui, le sfiora delicatamente il sesso giungendo di nuovo al suo agognato input del piacere; lei lo lascia fare blandendo, ora, un desiderio che non tarda a riproporsi; si guardano ancora ed ancora mentre tutto ricomincia.

E’ ora il minuetto della poesia di un amore; il colore condiviso della voglia per la voglia; il prendere e donare di una intimità fuori dai luoghi e dal tempo: naturale come l’essere femmina di un maschio ed uomo di una donna; è l’afflato corale delle anime ammaliate l’una dell’altra; è quell’esplosione sensuale che non si può raccontare se non si è vissuta; è quel “essere” che non ha bisogno di apparire per palesarsi da un semplice sguardo, da un cenno d’intesa, da un ti voglio bene …

che fa di un concetto l’essenza di un amore vero, totale, unico!

Pubblicato inAmore

1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Benvenuto nel Blog, Francesco! Per Contame è un onore averti fra i nostri autori, grazie

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