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Vò e il Covid 19

24 febbraio 2021

Un anno fa, in quei giorni di febbraio…

Indubbiamente, da un anno a questa parte, la vita di tutti ha subito un cambiamento radicale … abbiamo dovuto adattarci a vivere una vita imposta, non voluta o programmata da noi, ora tutto ha un aspetto estraneo, sospetto, persino il nostro prossimo è tenuto a distanza; con mascherine o senza quel senso di galleggiamento e provvisorietà ci è diventato familiare.
Fino ad ora abbiamo seguito le regole e siamo stati fortunati, continuiamo a seguire le regole e speriamo di continuare ad essere fortunati ma, chiediamoci se riavremo ciò a cui abbiamo dovuto rinunciare.
Mi ricordo il colpo al cuore del febbraio 2020 quando TV e giornali si sono messi a parlare di Vò come il paese del Covid 19, luogo dal quale tenersi ben lontani, pena il contagio, come se tenersi lontani dai suoi confini ci garantisse la salvezza.
Ora, quando si parla di Vò Euganeo, la prima cosa a cui si pensa è il Covid19, ai primi casi di contagio, al signor Trevisan, primo deceduto a causa di questa contaminazione sconosciuta; personalmente penso, in particolar modo, ai suoi abitanti che con grande senso civico si sono sottoposti a tanti tamponi, al primo lockdown e a tante restrizioni nella speranza che tutto finisse presto.
Col cuore, torno a quel paese dal brevissimo nome di origine latina (sembra derivi da “vadum” guado, palude, acquitrino) ai piedi del monte Venda, sconosciuto ai più fino a che non è stato scelto dal terribile virus per rendersi palese e portarsi via la sua prima vittima.
Vò, il paese che ha visto i miei anni di adolescente, che mi ha dato tante emozioni e tanti bei ricordi: la festa dell’uva, la sagra di San Lorenzo, il mio primo boyfriend, tanti amici: Brunetto, Umberto, Carla, Paolo, Paola, Giuliano, Giovanna, Danilo, Ugo, Bianca e tantissimi altri e, sopra tutti, Lucia la mia più cara amica di una vita. Non intendo usare nomi fittizi, non credo di violare la privacy di alcuno se nel ricordo abbino i volti ai nomi e particolarmente ai sorrisi e alle emozioni.
A Vò ho imparato a giocare a bocce sotto la guida degli anziani del paese, a Vò ho preso la mia prima multa perché tornando da una gita andavo appaiata in bicicletta, a Vò ho portato per prima i jeans e la maxigonna, a Vò ho fatto le due di notte, attirandomi le ire di papà, per lavorare alla costruzione di un carro allegorico per la festa dell’uva, ricordo con particolare allegro rimpianto il giro in bici delle diciassette, quella pausa prima di rituffarci sui libri, che Lucia ed io facevamo fino a Vò Vecchio e ritorno cantando come pazze …Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per meeee…
Ora, a prima vista, Vò non è cambiato molto, il carattere solido e tenace del popolo Euganeo ha fatto da scudo agli eventi nefasti, il desiderio di ricominciare la vita di prima si è manifestata nell’ordine e nella disciplina con cui ogni Voense si è sottoposto a tamponi e indagini sanitarie e scientifiche facendo da apripista per tutti noi.
Non è cambiato molto, il cuore e il carattere dei suoi abitanti non sono molto diversi da cinquant’anni fa, ancora si va a Padova per le spese importanti, ancora il pullman che ci portava a scuola fa quella tratta: Vò, Zovon, Teolo, Villa, Treponti, Bresseo, Tencarola, giusto il tempo di un ripassino per l’interrogazione della prima ora, di quattro risate e si arrivava a Padova.
Lo so, sembra il nostalgico ricordo di una gioventù ormai lontana, e magari è anche vero ma, il ricordo che mette allegria sarà sempre il benvenuto e nel contempo la caparbietà e la serena tenacia dimostrata dall’intero paese nell’affrontare un così malaugurato evento, non può essere altro che un ottimo e sano esempio per tutti noi.

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