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Volevo nascondermi

CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS

 

“C’è un bambino segreto in ognuno di noi,

un bambino che ha brividi, lacrime e gioia tutte sue.”
Giovanni Pascoli

È tutto chiuso.

Soprattutto le scuole. E così, una volta espletate le incombenze didattiche “in remoto”, sperimentato nuove ricette per biscotti futuristi, avviato laboratori di pittura e scultura, progettato video assurdi per TikTok, mio figlio dodicenne si scatena in casa, specializzandosi in esplorazioni e perquisizioni domestiche che neanche la Digos …

Fruga ovunque, con meticolosa precisione, animato dal fuoco della curiosità per tutto quello che si nasconde in cassetti, armadi, bauli, ripiani (soprattutto quelli alti), mostrandomi sempre con orgoglio un po’ malizioso il bottino che riesce a racimolare.

Preferisce ispezionare i miei spazi, zeppi di fascicoli, carte, appunti, ritagli di giornale e foto, tante foto. Ieri ha scovato non so dove un’illustrazione e me la mostra con l’orgoglio di un archeologo fraudolento.

È sgualcita e i colori hanno perso brillantezza, ma la forza dell’immagine è sempre immensa.

Un quadro sgargiante, un leopardo che lotta per liberarsi da un serpente. Sento gli occhi di mio figlio su di me, in attesa di una reazione, che non arriva. Perché in questi giorni c’è tutto il tempo per ricordare, e io ricordo.

Il 1977. Uno sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita, Flavio Bucci che interpreta Antonio Ligabue, io ventenne, affascinato dall’interpretazione, dalle scene, dai dialoghi, dalla scoperta della pittura naif, della libertà espressiva, della diversità.

Al punto di cercare e ritagliare le riproduzioni dei quadri di Ligabue, e registrare macchinosamente, faticosamente su VHS le tre puntate andate in onda per poi riguardarle un’infinità di volte.

Così abbagliato da Bucci Ligabue che per anni ho cercato di incontrare l’attore, e quando è successo, molti anni dopo a Roma, non sono nemmeno riuscito ad avvicinarmi, per pietà del suo corpo barcollante e piegato dagli eccessi, smanioso di conservare intatta nel mio cuore la nervosità stralunata di quell’interpretazione magica.

È tutto chiuso.

Soprattutto i cinema. Dove è uscito “Volevo nascondermi”, film di Giorgio Diritti con uno straripante Elio Germano (vincitore per questo film di un orso a Berlino) che interpreta Antonio Ligabue.

Allora leggo le recensioni, e faccio confronti virtuali.

Figlio di un’emigrante italiana, abbandonato e affidato a una coppia di anziani, Toni viene poi respinto in Italia dalla Svizzera dove ha trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, vive per anni in una capanna sul fiume senza mai cedere alla solitudine, al freddo e alla fame.

L’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati è l’occasione per riavvicinarsi alla pittura, è l’inizio di un riscatto in cui sente che l’arte è l’unico tramite per costruire la sua identità, la vera possibilità di farsi riconoscere e amare dal mondo.

Mi viene in mente quello che dice Giovanni Pascoli riprendendo il mito dal Fedone di Platone.

Questo fanciullino è qualcuno che vive autonomamente da noi ed è il simbolo della fantasia e della poesia, è il simbolo dell’incanto che ognuno di noi porta dentro di sé.

Alcuni lo esprimono, altri non riescono ad esprimerlo.

Penso a Ligabue, che aveva proprio dentro di sé questa fame di libertà e di allegria che splendeva nei colori più straordinari e più folli con una forza, con un coraggio, con una disperata vitalità.

Magari il regista, allievo di Olmi, avrà fatto in modo di immergere il film in superfici care al cinema del regista bergamasco, magari sarà riuscito a operare divagazioni felliniane e rimandi a contesti, colori dei fratelli Taviani, tutto per contenere la dirompenza ferina di un Elio Germano “… diversamente straripante, dal talento mai così cristallino e animale …”.

Magari.

Ma io continuo ad avere in mente la prova d’attore di Bucci, un lavoro incredibile, basato sulla mimica, la postura e quel linguaggio stentato che testimonia l’incapacità di comunicare con il contesto in cui Ligabue si ritrovava a vivere.

Chissà se Diritti è riuscito a raccontare Antonio Ligabue in ogni suo aspetto, anche quelli più cupi e autentici.

Chissà se avrò voglia di andare a vedere il film quando riapriranno le sale cinematografiche.

Sì, voglio andarci. Voglio vedere se anche Germano, con la stessa vitale rabbia di Bucci Ligabue, è capace di urlare alla luna:

“…. Me sono libero me …. Me non mi comanda nessuno me …”

proprio come urlavo in faccia a mio padre al culmine dei nostri tristi contrasti.

Mio figlio mi sta ancora guardando, aspettando che parli, che gli racconti.

“… Non c’è niente da raccontare, Tobia, sono solo ricordi lontani …”.

Non mi ascolta già più: ha adocchiato un album con le mie foto da bambino, tre metri più in alto.

Pubblicato inGenerale

1 commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Mi mette sempre in crisi leggerti, caro amico e socio.
    Per qualche attimo mi prende una specie di sensazione di inadeguatezza inguaribile.
    A me Pascoli non viene mai in testa; tanto meno Platone ed il mito di Fedone.
    E’ più facile che mi vengano in mente i conflitti con mio padre ed ho capito e sperimentato che è utile, benefico e risolutivo tirarle fuori dalla mente quelle scene con il padre, odiato e adorato, aprir loro la strada nella mente sgrovigliandole dalle immagini, dai miti e da qualsiasi altro artificio narcotizzante.
    La vita non è un’esercizio di stile.
    E chi scrive da tempo e che ama scrivere sa ricoverarsi dietro allo “stile” ed impara a farlo anche nella vita.
    Poi, però, in uno scritto, composto benissimo come il tuo, irrompono, improvvisamente i sentimenti – la vita vera, cioè – e le parole diventano bollenti e tutte le righe si animano.
    Ed il finale è splendido.

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