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Zinni a Montagnana

“Ci sono storie che non bisognerebbe mai smettere di raccontare”.
Fortunato Zinni, testimone di una strage orrenda, compiuta 50 anni fa, è venuto a raccontare quella storia ai ragazzi di due Istituti di Montagnana, in provincia di Padova.

I ragazzi sono stati ad ascoltarlo con occhi attenti ed il fiato sospeso non appena capivano che Fortunato, con un nodo in gola, ripercorreva quei minuti subito dopo lo scoppio della bomba nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura: quella coltre di fumo, l’odore di mandorle amare, i gemiti ed i pianti e poi la vista dei corpi maciullati, quel signore senza una gamba che si aggrappava a lui, il riconoscimento dei cadaveri.

in aula magna dello Jacopo da Montagnana

“Perché un signore di ottant’anni gira per l’Italia per raccontare una storia di cinquant’anni fa?” ha chiesto Fortunato Zinni ai ragazzi di quinta dello Jacopo di Montagnana ed a quelli dell’Istituto Tecnico del San Benedetto. E di fronte ai loro sguardi attoniti ha dato la risposta: “perché quella storia non ha avuto il finale che avrebbe dovuto avere in uno Stato coerente con i valori e saldo sui i principi della democrazia: condannare gli esecutori materiali, identificare e condannare i mandanti ed additare alla riprovazione dei cittadini tutti coloro che, nella Magistratura, negli anni successivi alla strage hanno depistato, occultato, insabbiato, deviato. Mancano dunque verità e giustizia per quei 17 morti di Piazza Fontana ed io non mi stancherò di chiederle.”

nella sala video del San Benedetto

“E’ una storia ancora aperta perché mancano ancora verità e giustizia.” Per questo motivo Zinni ha scelto di intitolare il suo libro “Nessuno è Stato”: lo ha mostrato ai ragazzi e ne ha lasciato alcune copie nelle biblioteche dei loro Istituti. La memoria collettiva di un paese si costruisce così, pezzetto dopo pezzetto, rivolgendosi a quelli che ne sono il futuro: questa è la missione di un uomo che ha seguito da vicino tutte le vicende legate alla strage di Piazza Fontane del 12 dicembre del 1969, incontrando giovani e giovanissimi delle scuole di ogni parte d’Italia e rispondendo alle loro domande.

Ed una ragazza dalla foltissima capigliatura riccia – avrà avuto non più di 17 anni – seduta nell’ultima fila dell’aula magna dello Jacopo da Montagnana ha fatto a Fortunato la domanda che tutti quelli che lo incontrano, a distanza di 50 anni da quel pomeriggio e dopo tutte le avvilenti vicende che ne hanno segnato gli sviluppi giudiziari vorrebbero porgli:

“ma come fa lei a sperare e a credere ancora nella giustizia?”  

“Perché finché ci sono ragazze e ragazzi come lei che vengono a sentire la mia storia e mi fanno questa ed altre domande la speranza non è morta.”

Sì, è proprio questo che anima questo “signore di ottant’anni” e lo porta ad accettare un ruolo di monumento vivente di una storia che reclama ancora giustizia. Un bisogno di giustizia che supera ogni appartenenza politica perché parla alle coscienze individuali.

Per questo anche a Montagnana l’agenda di incontri di Fortunato è stata fitta: il dirigente dello Jacopo, Elisa Pedrina che ha preparato le classi per l’incontro attraverso una visione del film “Romanzo di una strage”, il professore di Diritto Vittorio Borin dell’Istituto Tecnico San Benedetto che ha preparato per i suoi alunni una scheda dell’itinerario giudiziale dei fatti, la Sindaca, Loredana Borghesan, che lo ha voluto conoscere di persona ed incontrarlo fuori dalla prassi istituzionale.

con Pier, da sx: Fortunato Zinni, Loredana Borghesan, Guido Oliviero, presidente di Visit Montagnana

Ed infine, una sera, lo abbiamo riservato per noi, per i nostri amici e per quelli che si sono svelati interessati, sorprendendoci per il numero e per l’intensa partecipazione.

nello studio di Sara Bonfantoni

Io conosco Fortunato Zinni da quarant’anni, so a memoria i passaggi ed i particolari del suo racconto, accetto di buon grado il suo smisurato protagonismo, gli voglio bene ed ho voluto che conoscesse i miei amori, Sara e le piccole, perché sono convinto, come lui, che seminare ricordi di facce e di storie serve per trasmettere il filo della memoria: ed è solo da lì che può rinascere la speranza.

 

 

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