Salta al contenuto

Zona Rossa

Chissà cosa si prova.

I valori delle sostanze perfluoroalchiliche presenti nel sangue sono centinaia di volte superiori al parametro di riferimento”.

Parole difficili. Parole tecniche. Parole spaventose per dire che nel nostro sangue c’è del veleno.

Chissà cosa si prova a sapere che i PFAS (le sostanze perfluoroalchiliche) entrano nel corpo attraverso acqua e alimenti, e si accumulano: impiegano fino a 5 anni per essere smaltiti dall’uomo, dagli animali e dall’ambiente, sempre che non se ne assuma nemmeno un altro nanogrammo perché i PFAS sono persistenti e bioaccumulabili.

Chissà come si sente una mamma che sente per la prima volta parlare di un male scoperto quasi per caso, nel 2013, grazie ad uno studio del CNR, che ha rivelato livelli «allarmanti» di questi inquinanti, definiti «emergenti», perché la loro presenza non è ancora normata.

Chissà cosa si prova a scoprire che la principale, anche se non unica, fonte di contaminazione si trova sotto la ditta chimica Miteni di Trissino: tonnellate di rifiuti e scarti industriali sepolti e sversati dagli anni ’70, che da allora inquinano i fiumi, la falda, e i terreni.

Mi chiamo Patrizia, sono una mamma e io so cosa si prova.

La zona rossa è una striscia di terra grande quasi 200 chilometri quadrati. E’ in Veneto e comprende 21 Comuni tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Ci vivono trecentocinquanta mila persone. Il paese dove sono nata e vissuta per tutta la vita, dove vive la mia famiglia con mia figlia che adesso ha nove anni, è un Comune della “zona rossa”: Montagnana.
Ho scoperto di vivere in una zona “di massima esposizione sanitaria” e cioè rischiosa per la salute ad aprile del 2017, una sera in un bar in un lato della piazza principale del mio paese, il bar Frattina. Ero con una decina di mamme. A Montagnana cominciavano a girare i primi risultati delle analisi del sangue fatte i primi mesi del 2017, a seguito del piano di sorveglianza sanitario predisposto dalla Regione Veneto sulla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche.

Eravamo spaventate. Quei risultati dicevano che una sostanza fino ad allora – almeno a noi – sconosciuta si era insinuata nel nostro corpo e poi nel nostro sangue e questo avveniva perché l’acqua che tutti noi in paese bevevamo da sempre conteneva quelle sostanze: la nostra acqua era avvelenata. Drammaticamente avvelenata.


Più parlavamo quella sera e più ci rendevamo conto che da quel momento la nostra vita sarebbe cambiata, forse per sempre.

Non si può più usare l’acqua, semplicemente, drammaticamente.

Si deve usare l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura, in alcune famiglie si usa l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti.

Se abiti nella «zona rossa» dell’inquinamento da Pfas, al veleno che ha contaminato gli acquedotti del Veneto centrale devi per forza abituarti, perché il veleno cambia le abitudini quotidiane, e non ci si può fidare dell’acqua di rubinetto.
Chissà quali pensieri si muovono nella mente delle mamme che cominciano a sapere: la falda acquifera contaminata è grande come il lago di Garda, le mense scolastiche utilizzano acqua del rubinetto ? Prodotti locali? La frutta e la verdura?  E i pozzi, quanti sono?

Non si può più usare l’acqua, semplicemente, drammaticamente. Ma non si possono mangiare neanche gli alimenti o gli animali che ricevono l’acqua dai pozzi contaminati.
Al bar Frattina capimmo che dovevamo muoverci subito, contattare le altre rappresentanti delle scuole e far sapere che c’era un pericolo e che andavano prese subito le più elementari precauzioni.

Ma soprattutto capimmo che dovevamo studiare, approfondire e informare tutti.
Cominciammo a studiare di notte. Quella sigla difficile da pronunciare – pi effe a esse: PFAS –  indica le Sostanze Perfluoro Alchiliche (acidi perfluoroacrilici), una famiglia di composti chimici utilizzata prevalentemente in campo industriale. La prima cosa che scoprimmo è che la classe di Pfas più diffusa, la Pfoa, già nel 2009 era stata dichiarata a livello europeo “sostanza inquinante resistente”perché  “comporta rischi inaccettabili per la salute umana e l’ambiente”.

Questa sigla, PFAS,  divenne, da quel giorno, il centro dei pensieri e delle preoccupazioni, mie e di altre mamme, sempre più numerose.
Non si può usare l’acqua, semplicemente, drammaticamente. Sì, ma finora l’abbiamo usata. Ci hanno da sempre insegnato che l’acqua è il bene primario. Chissà cosa si prova quando si diventa consapevoli che l’acqua è il male.

Capimmo in fretta che tutte le storie personali di noi donne vissute nell’area rossa erano state segnate terribilmente dall’acqua avvelenata, l’acqua che io avevo bevuto per quarant’anni.
I maledetti PFAS sono, infatti, interferenti endocrini: alterano il funzionamento della tiroide, alterano la funzione dell’utero, invadono anche la placenta, il cordone ombelicale, l’embrione, così come si insinuano nel liquido seminale.

Chissà cosa si prova a pensare che la causa dell’aumento di aborti, il crollo del tasso di fertilità, e l’aumento delle nascite premature in tutta la zona rossa, sia l’acqua. Acqua avvelenata, drammaticamente.
Quella sera al Bar Frattina tutte queste cose non le sapevo.
C’è un momento in cui l’angoscia di dare una risposta a “quale acqua posso usare” diventa il tuo unico pensiero.

Un pensiero imprigionante come una rete.
Per fortuna, e questa è la bella notizia, molto presto abbiamo capito quanto sia importante prenderla in mano, quella rete, e distenderla. E farne magari una rete diversa, di relazioni.

E’ nato così Zero PFAS Montagnana che si è unito alle altre mamme nel grande movimento delle Mamme NO PFAS.

 

Molte cose le ho capite assieme alle altre mamme e a quelle di noi, come Laura che ha messo a disposizione la sua competenza acquisita; altre cose erano state già scoperte e denunciate dalle associazioni che si muovevano da tempo nei paesi vicini e le abbiamo sapute cominciando a muoverci in tutte le direzioni.

Siamo andate a bussare e poi a gridare alle porte delle istituzioni.

Abbiamo urlato domande.

Quali malattie? E perché ci siamo ammalati? C’era qualcuno che poteva impedirlo, proteggendoci, proteggendo i nostri figli? Esistono rimedi? Abbiamo eliminato, una volta per tutte, i rischi per la salute? Il sistema idrico è sotto controllo? La falda contaminata è stata messa in sicurezza? Sono stati controllati i pozzi degli appezzamenti nei quali si producono gli alimenti? Cosa ci dobbiamo aspettare per la salute dei nostri figli in futuro?

Sono più di due anni da quella sera al bar che le Mamme NO PFAS di Montagnana e degli altri Comuni della Zona Rossa rivolgono queste domande a chi doveva prevenire i danni, chi doveva salvaguardare la nostra salute e chi deve fare le leggi che impediscano che queste cose drammatiche – che cambiano la vita alla gente – non capitino mai più.

Siamo andati dai Sindaci, abbiamo incontrato la Giunta Regionale a Venezia, siamo andati al Ministero dell’Ambiente, siamo andati a Bruxelles. Abbiamo raccolto firme, organizzato banchetti informativi e manifestazioni, rilasciato dichiarazioni e interviste: ci siamo fatte valere in tutte le sedi. Abbiamo contattato chi negli Stati Uniti aveva dovuto affrontare un problema analogo e lo abbiamo fatto venire qui. Ci siamo informate, abbiamo studiato.

Ricordo l’incontro del 3 Agosto 2017 a Montagnana organizzato dall’Amministrazione Comunale con la presenza degli alti vertici del Dipartimento di Prevenzione dell’ULSS Euganea dove ci siamo sentite dire che l’acqua si poteva bere tranquillamente e che la nostra preoccupazione era dovuta solamente ad una “alterata percezione del rischio” e come, alla fine dell’incontro, noi mamme siamo state anche derise dal Direttore del Dipartimento di Prevenzione della ULSS presente all’incontro.

A Settembre del 2017, a Palazzo Balbi, Zaia, gli assessori alla Sanità e all’Ambiente, accompagnati da tecnici e collaboratori, hanno provato a tranquillizzarci dicendo che non c’erano studi che provavano il legame causale diretto da PFAS presenti nell’acqua e patologie cliniche.

Chissà cosa si prova quando l’angoscia lascia il posto alla rabbia.

Noi, Mamme No PFAS, sappiamo cosa si prova: con rabbia abbiamo citato alcuni passaggi in cui la Legge dice che l’acqua destinata al consumo umano deve essere priva di qualsiasi sostanza che possa rappresentare anche solo un pericolo per la salute. Il principio di precauzione impone che siano i fornitori dell’acqua a garantire, con rigorosi controlli periodici, l’assoluta assenza di possibili pericoli.

Da allora le Mamme NO PFAS hanno fatto tanta strada.

Abbiamo capito la storia sin dal principio. E conosciamo i nomi dei responsabili. La storia inizia negli anni ’60 e il colpevole si chiama Rimar Ricerche Marzotto. Poi continua negli anni ’70 con la Miteni. Riteniamo responsabile anche chi doveva proteggere l’ambiente e noi che beviamo l’acqua proveniente da quella falda, gettando subito l’allarme, ovvero l’Agenzia per la Protezione Ambientale, che ha taciuto almeno per nove anni, dal 2006 al 2015.
Un silenzio drammatico. Un silenzio colpevole.

Abbiamo capito tanto, forse non ancora tutto, ma non ci siamo mai fermate.
Abbiamo lottato per tutti questi anni. La mobilitazione delle mamme ha prodotto risultati concreti: abbiamo ottenuto un abbassamento, in Veneto, dei limiti di PFAS nelle acque potabili – ma noi chiediamo che i limiti siano ZERO – abbiamo ottenuto lo stato di emergenza, abbiamo ottenuto dei sistemi di filtrazione per l’abbattimento di queste sostanze – ma non bastano – abbiamo ottenuto i soldi per il nuovo acquedotto ed abbiamo chiesto che chi ha coperto le informazioni sull’inquinamento, chi aveva il dovere di prevenire i danni alla salute e non lo ha fatto, venga rimosso dall’incarico.

Grazie all’attenzione che abbiamo prodotto intorno a noi molte cose sono conosciute: oggi chi vuole sapere, può.

Io, insieme a tante altre mamme oggi so cosa si prova a sapere che l’acqua è un veleno, che la vita di tutti i giorni è cambiata, che tanti dolori e tanti mali potevano essere evitati.

Ho deciso di scrivere questa storia per chi ancora non vuole sapere o capire; per chi dice di essere fatalista perché “di qualcosa bisogna pur morire”, chi in ogni occasione pensa che “non c’è niente da fare”.

Non è vero! C’è da fare. C’è tanto da fare.

Per noi stessi, per i nostri figli, per il futuro del mondo.

Ora che ci sono degli iscritti nel registro degli indagati abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo abbiamo lanciato una raccolta fondi che servirà per partecipare al procedimento penale e per svolgere studi scientifici ed indagini epidemiologiche.

E’ la nostra battaglia.

Ma è anche la battaglia di tutti perché nessuno può tacere di fronte ai crimini ambientali.
Abbiamo appena iniziato.

https://www.gofundme.com/azioni-legali-delle-mamme-nopfas&rcid=r01-1553119446,49-e6ac6394a85545ca&pc=ot_co_campmgmt_m

http://paypal.me/raccoltafondimamme

Pubblicato inGenerale

4 Commenti

  1. Luca Cecchi Luca Cecchi

    Complimenti Patrizia. Bell’articolo!

  2. Cristina Cristina

    Bravissima Patrizia, un articolo-capolavoro 👏👏👏

  3. Federico Federico

    Brava bell articolo

  4. Hai trasmesso l’angoscia del non sapere ,
    l’angoscia dell’imprevedibile
    l’angoscia del sentirsi impotente a salvaguardare la salute dei figli .
    Si Patrizia proprio così chissà cosa si prova
    difronte al crimine ambientale .
    Brava !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *