Salta al contenuto

Zucche gialle

In vendita zucche gialle senza responsabilità sociale.

In vendita zucche gialle, senza responsabilità sociale
Le zucche più sveglie che conosco, sognano di continuo. Quelle più sane, fanno cose assurde, avventate senza senso.
Le più intelligenti, quando parlano, sono comprese da tutti. Le più forti, un sussurro è la loro voce. Le più serie ridono, ridono sempre.
Le persone più giuste hanno fatto errori che non si aggiustano. E’ veniale l’irresponsabilità sociale
Le zucche più vive sono morte più volte: e ogni volta poi, sono nate di nuovo. La speranza viene dal seme.
L’ironia è una compagna, si contrappone alla drammaticità di questi tempi in cui ci sono tante zucche senza semi.
Stanno bene con il loro giallo a denunciare forse, il nemico autunno. Esposte sotto lo specchio immenso del supermercato sembrano immense minacciose. Si sa l’autunno è solo una stagione della vita. Le minacce durano il tempo di un lampo.
Mi intrigano le zucche ben formate, hanno polpa gialla, dei semi che promettono una certa speranza.
Il giallo zucca poi è il colore che definisce, spalma l’immaginario.
C’è nell’aria una soave lenità! Si confonde la violenza istintiva e la ragione di chi esige osservare.

Perché per me l’unica zucche possibili sono quelle confuse, impazzite. Pazze, che sono pazze di vita, la loro effimera. Pazze per parlare, pazze per essere salvate!
Gialle vogliose come ogni cosa gialla e allo stesso tempo, e allo stesso modo.
Mi piacciono le zucche che mai sbadigliano o dicono di luoghi comune, e il rumore comuni-cattivo è la musica che le accompagna, mentre bruciano… bruciano… bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo-rosso che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno ooohh.”

Nessuna sorpresa, nessun accanimento solo lo stupore dell’incapacità !

Eppure Lei … scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, donna, il cui aspetto proclamava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue dei semplici. La sua andatura era affaticata, non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava tra le sue braccia essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.
La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

Le zucche gialle non hanno sentimento la fine non le impaurisce.

Un vicino vide la fiammata della polvere e udì lo sparo; ma, poiché tutto rimase tranquillo, non ci pensò più.
Al mattino alle sei entra il servo col lume. Trova il suo padrone rivolto a terra, le pistole, il sangue. Grida, lo scuote; nessuna risposta, solo un rantolo. Corre dai medici, da Alberto.
Lotte sente tirare il campanello, un brivido la scuote da capo a piedi. Sveglia suo marito, si alzano, il servo urlando e balbettando gli dà la notizia, Lotte cade a terra svenuta ai piedi di Alberto.

Quando il medico giunse presso l’infelice, lo trovò a terra, non c’era più niente da fare, il polso batteva ancora, le membra erano completamente paralizzate. Si era sparato alla testa, all’altezza dell’occhio destro, il cervello era schizzato fuori. A ogni buon conto gli fecero un salasso al braccio, il sangue prese a scorrere, respirò. Dal sangue sullo schienale della seggiola si poteva dedurre che aveva compiuto il gesto stando seduto davanti alla scrivania, per cadere poi a terra e prendere a rotolare convulsivamente attorno alla seggiola.
Giaceva supino contro la finestra, era vestito di tutto punto, con gli stivali, la marsina azzurra e il panciotto giallo.

La casa, il vicinato, la città erano in subbuglio. Alberto entrò nella stanza. Avevano steso Werther sopra il letto, fasciato la testa, la sua faccia già come quella di un cadavere, non muoveva neppure un dito.

I polmoni rantolavano ancora orrendamente, ora piano, ora più forte; si aspettava la fine. Dalla bottiglia mancava solo un bicchiere di vino.

Sul leggio stava aperto Emilia Galotti. Risparmiatemi ogni parola sulla costernazione di Alberto e sullo strazio di Lotte. Il vecchio intendente, alla notizia, accorse al galoppo, baciò il morente piangendo lacrime cocenti. I suoi figli più grandi arrivarono a piedi subito dopo di lui, caddero in ginocchio accanto al letto in preda al dolore più irrefrenabile, gli baciarono le mani e la bocca, e il maggiore, che egli aveva amato più di tutti, si attaccò alle sue labbra finché non emise l’ultimo respiro, e si dovette portarlo via a viva forza. Morì verso mezzogiorno. La presenza dell’intendente e le sue disposizioni impedirono che si formasse un assembramento. Verso le undici di sera lo fece seppellire nel posto da lui prescelto. Il vecchio seguì la salma, e i figli; Alberto non ne ebbe la forza. Si temeva per la vita di Lotte. Lo portarono a spalla degli artigiani. Nessun prete lo accompagnò.

Zucche gialle senza pensiero, capacità di leggere passato e presente, ma sopratutto senza vita e responsabilità sociale.

Note:

Bastian Abriani, da “ In vendita zucche gialle, senza responsabilità sociale.”
Alessandro Manzoni, dai “Promessi Sposi” La Madre di Cecilia (La morte da sars convid – peste, di una fanciulla)
Johann Wolfgang Goethe – da “I dolori del giovane Werther” (la Morte del suicida)

86
Published inViaggi